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	<title>Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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	<title>Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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		<title>L&#8217;importanza della psicoterapia nell&#8217;insonnia</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/limportanza-della-psicoterapia-nellinsonnia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 15:34:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi del sonno]]></category>
		<category><![CDATA[insonnia]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia cognitivo comportamentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cos’è l’insonnia? L’insonnia è la difficoltà a prendere sonno, a dormire continuativamente per tutta la notte o a dormire abbastanza a lungo durante l’intera notte, nonostante le condizioni favorevoli al dormire. I diversi tipi di insonnia Si parla di episodi di insonnia per brevi periodi, ad esempio dopo un viaggio con jet lag, o&#8230;</p>
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					<h3><strong>Che cos’è l</strong><strong>’</strong><strong>insonnia?</strong></h3><p>L’insonnia è la difficoltà a prendere sonno, a dormire continuativamente per tutta la notte o a dormire abbastanza a lungo durante l’intera notte, nonostante le condizioni favorevoli</p><p>al dormire.</p><h3><strong>I diversi tipi di insonnia</strong></h3><p>Si parla di <strong>episodi di insonnia per brevi periodi</strong>, ad esempio dopo un viaggio con jet lag, o la notte prima di un esame, o dopo aver ricevuto una notizia particolarmente negativa o stressante.</p><p>L’<strong>insonnia acuta</strong> è caratterizzata da episodi unici e occasionali, spesso legati a periodi di stress, e che scompare non appena questi sono stati superati.</p><p>Infine, si parla di i<strong>nsonnia cronica</strong> se il disturbo si presenta con la frequenza di almeno tre notti a settimana e per un periodo di tre mesi o più.</p><h3><strong>I sintomi dell’insonnia </strong></h3><p>Le persone che soffrono di insonnia sono generalmente insoddisfatte della qualità del proprio sonno e presentano uno o più dei seguenti sintomi: difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni con difficoltà a riprendere sonno, risvegli precoci al mattino, sonno non ristoratore, stanchezza o scarsa energia durante il giorno, difficoltà cognitive come difficoltà di concentrazione, frequente irritabilità, comportamenti istintivi o aggressivi, difficoltà al lavoro o a scuola, problemi nelle relazioni personali con familiari, partner e amici.</p><p>Questa lista di sintomi comprende un&#8217;ampia serie di <strong>disturbi sia notturni che diurni</strong>. Quando si soffre di insonnia cronica oltre al non riuscire a dormire la notte si riscontrano, nella parte maggior parte dei casi, anche eccessiva sonnolenza, mancanza di energia durante il giorno, umore depresso o irritabile, difficoltà nel mantenere l&#8217;attenzione, nell&#8217;apprendimento e nel ricordo delle cose. Ciò influenza negativamente le relazioni e le prestazioni al lavoro o a scuola.</p><p>Quando questi problemi si presentano con una frequenza di tre o più volte a settimana ed almeno tre mesi, molto probabilmente è presente un Disturbo del sonno. Molte persone pensano che i problemi di sonno facciano normalmente parte della vita e tendono così a portarseli dietro per anni, senza chiedere aiuto per risolverli. Invece, è importante non sottovalutare questi sintomi, perché il sonno è un aspetto fondamentale della nostra salute e del nostro benessere generale.</p><h3><strong>Perché è importante dormire bene?</strong></h3><p>Il sonno è uno stato “attivo” nel quale si ripristinano e rafforzano tanti processi fondamentali per la nostra vita.</p><p>Una delle principali funzioni del dormire è di aiutarci a rafforzare la nostra memoria. I nostri impegni svolti durante la giornata richiedono alla nostra mente di elaborare tantissime informazioni: molti di questi processi si manifestano proprio durante il sonno.</p><p>Un’altra funzione importante del sonno è l’effetto benefico che ha sul nostro corpo, che ha bisogno di lunghi periodi di sonno per rigenerarsi, per far crescere i muscoli, per riparare i tessuti e sintetizzare gli ormoni.</p><h3><strong>Le cause dell’insonnia</strong></h3><p>Tra le principali <strong>cause</strong><strong> dell</strong><strong>’</strong><strong>insorgenza dell</strong><strong>’</strong><strong>insonnia</strong><strong>,</strong> troviamo:</p><ul><li>lo stress;</li><li>una non adeguata igiene del sonno;</li><li>la presenza di problemi medici e di fattori ambientali poco favorevoli.</li></ul><p>Un noto modello eziologico dell’insonnia (Spielman et al., 1987), denominato “Modello delle 3P”, identifica tre tipi di fattori responsabili dello sviluppo del disturbo.</p><p>I <strong><u>fattori predisponenti</u></strong> sono quelli secondo cui alcune persone sono parecchio vulnerabili all’insorgenza dell’insonnia. Per citarne alcuni: l’età avanzata, il genere femminile, la familiarità col disturbo, certe caratteristiche individuali e la tendenza a essere ipervigili.</p><p>L’insorgenza vera e propria del disturbo è poi determinata dai <strong><u>fattori precipitanti</u>,</strong> ad esempio il verificarsi di un evento stressante o traumatico, l’accentuarsi di problemi familiari, lavorativi o di salute, la presenza di preoccupazioni.</p><p>I <strong><u>fattori </u></strong><strong><u>perpetuanti</u></strong> definiscono il motivo per cui tali sintomi si mantengono nel tempo, e sono caratterizzati da comportamenti disfunzionali utilizzati per riuscire a dormire.</p><h3><strong>Quali sono i fattori di mantenimento dell’insonnia?</strong></h3><p>I fattori perpetuanti o di mantenimento si possono suddividere in quattro tipologie:</p><ul><li><u>Convinzioni errate sulle ore di sonno</u>: ci sono soggetti che hanno bisogno di tante ore di sonno per sentirsi riposate e soddisfatte e altre che si sentono bene anche dopo aver dormito 5-6 ore.</li><li><u>Preoccupazioni relative alla perdita di sonno</u>: è una convinzione comune che la perdita di sonno possa comportare marcate ripercussioni sulle attività giornaliere e seri danni alla salute. Ciò che, invece, è fondamentale per la sopravvivenza è il sonno che si manifesta nelle prime ore successive all’addormentamento (“sonno nucleare” o a onde lente).</li><li><u>Credenze disfunzionali sui comportamenti che promuovono il sonno</u>: la tendenza a adottare comportamenti sbagliati con l’intento di facilitare il sonno, ottenendo però l’effetto opposto. Ad esempio: sforzarsi di dormire, guardare la televisione o usare il computer stando a letto, fare un uso eccessivo di farmaci, bere alcool prima di andare a letto, ecc.</li><li><u>Ansia e tensione anticipatoria</u>: l’ansia generata dal timore di non dormire alimenta l’insonnia che, a sua volta, aggiunge ulteriore ansia e tensione, aumentando l’<em>arousal</em> e generando un circolo vizioso che renderà ancora più difficile il dormire.</li></ul><h3><strong>La terapia cognitivo comportamentale nei Disturbi del sonno</strong></h3><p>I pensieri negativi ed eventuali rimuginii ansiosi sul sonno hanno un forte impatto sulla qualità di vita della persona con conseguenze emotive e comportamentali rilevanti. Tali pensieri disfunzionali causano emozioni negative, come ad esempio l’ansia, e rappresentano modi attraverso i quali la nostra mente si convince di qualcosa, a prescindere dal fatto che sia vero oppure no. Per ridurre l’effetto di questi pensieri e renderli più funzionali, è necessario imparare a cambiarli.</p><p>Inoltre, i pensieri disfunzionali fanno sì che le nostre abitudini, i comportamenti e le emozioni altrettanto disfunzionali, si mantengano e interferiscano col sonno.</p><p>Pertanto, se la persona interpreta il disturbo in modo negativo come una perdita di controllo o un segno di pericolo per la propria salute, aumenterà la sua preoccupazione rispetto alle conseguenze, incrementerà l’ansia collegata a questa preoccupazione e così anche la tendenza a mettere in atto comportamenti compensativi per risolvere il problema.</p><p>Il circolo vizioso dell’insonnia potrebbe poi proseguire all’infinito con la produzione di altri pensieri disfunzionali e la messa in atto di comportamenti compensativi errati che non faranno altro che alimentare il disturbo. </p><p>Per tale motivo, risulta fondamentale intraprendere un percorso psicoterapeutico per interrompere i fattori di mantenimento dell’insonnia, imparando una corretta igiene del sonno e utilizzando strategie più funzionali per addormentarsi o migliorare la qualità del sonno. Se i sintomi persistono da molto tempo, in associazione alla psicoterapia, è consigliabile un consulto medico per un’eventuale terapia farmacologica di supporto.</p><p> </p><h4>Bibliografia</h4><p>Espie, C. A. (2018). Superare l’insonnia. Come dormire meglio con la terapia cognitivo comportamentale. Trento: Edizioni Erickson</p>					</div>
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		<title>Può la dieta mediterranea migliorare salute mentale e depressione?</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/puo-la-dieta-mediterranea-migliorare-salute-mentale-e-depressione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 10:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione sana]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[benessere fisico]]></category>
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		<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[dieta]]></category>
		<category><![CDATA[dieta mediterranea]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi dell&#039;umore]]></category>
		<category><![CDATA[umore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riconosciuta nel 2010 come patrimonio dell’UNESCO, la dieta mediterranea è associata alla riduzione della mortalità per qualunque causa. Questo regime alimentare è fondato sul prevalente consumo di olio extravergine di oliva, verdura, frutta di stagione, legumi, cereali, semi, frutta secca, su una modica introduzione di uova, latticini, pesce e carne magri, e sulla riduzione sostanziale&#8230;</p>
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					<p>Riconosciuta nel 2010 come patrimonio dell’UNESCO, la dieta mediterranea è associata alla riduzione della mortalità per qualunque causa.</p><p>Questo regime alimentare è fondato sul prevalente consumo di olio extravergine di oliva, verdura, frutta di stagione, legumi, cereali, semi, frutta secca, su una modica introduzione di uova, latticini, pesce e carne magri, e sulla riduzione sostanziale del consumo di carne rossa e alimenti lavorati.</p><p>Diversi studi scientifici hanno dimostrato il significativo impatto positivo che la dieta mediterranea possiede nei confronti della prevenzione e cura delle patologie cardiovascolari e dismetaboliche (ictus, infarti, ipertensione, insulino-resistenza, diabete di tipo 2), prima causa di mortalità al mondo.</p><p>Come seconda causa al mondo per la perdita di anni di vita, alle patologie cardiovascolari seguono i disturbi di carattere psicologico. La dieta mediterranea può essere in grado di influenzare positivamente anche il benessere mentale e la depressione?</p><p>La risposta, fortunatamente, è sì.</p><h3><strong>Uno studio scientifico</strong></h3><p>Parletta e colleghi (2019) hanno condotto un interessante studio scientifico, controllato e randomizzato, con lo scopo di valutare se e quanto un regime alimentare mediterraneo possa migliorare depressione, ansia, emozioni negative e qualità della vita in generale.</p><p>Per fare questo sono stati reclutati 2 gruppi di persone (152 individui totali, uomini e donne, con un’età compresa tra 18 e 65 anni), tutti con disturbi psicologici importanti, aventi un impatto negativo sulla qualità della vita.</p><p>Un primo gruppo, che di seguito indichiamo come “test”, ha seguito per 6 mesi un programma alimentare mediterraneo messo a punto da nutrizionisti e dietisti, oltre che partecipare attivamente a sessioni nutrizionali educative e workshop di cucina per migliorare la consapevolezza verso una sana alimentazione e cimentarsi nella preparazione di cibi aventi come ingredienti esclusivi quelli di un’alimentazione mediterranea.</p><p>Il secondo gruppo, che definiamo di “controllo”, aveva a disposizione un’alimentazione più occidentale comprendente biscotti, cibi confezionati, formaggi, caffè e succhi di frutta. Tale regime alimentare, seguito anch’esso per 6 mesi, era accompagnato da altrettante attività di gruppo come la condivisone di fotografie, giochi di società, workshop di lettura, per stimolare una socialità e una dinamicità simili a quelle ottenute nel gruppo “test”.</p><p>In entrambi i casi, dopo 3 e 6 mesi dall’inizio dello studio, tutti i soggetti venivano sottoposti a test di valutazione dell’ansia e della depressione, unitamente alla compilazione di questionari sulla qualità della vita (in termini di felicità, autostima, relazioni con gli altri, benessere mentale) e sulla varietà della loro alimentazione.</p><h3><strong>I nutrienti che fanno bene alla mente</strong></h3><p>Quanto maggiore era l’aderenza ad un’alimentazione mediterranea, tanto più elevato risultava il benessere mentale.</p><p>Nel dettaglio, è stata riscontrata un’associazione positiva tra consumo di vegetali (frutta e verdura) e riduzione di stress, ansia, unitamente a un miglioramento del grado di felicità. Un consumo più elevato di olio extravergine di oliva e frutta secca (noci, mandorle, nocciole) si associava a ridotta depressione, ansia, stress unito a un miglioramento dell’autostima e alla qualità della vita generale. Un maggiore consumo di legumi, si associava infine ad una riduzione di sensazioni negative, la tendenza ad avere una migliore predisposizione al rapporto con gli altri e, anche in questo caso, una limitazione di emozioni quali ansia e stress.</p><h3><strong>Ma da cosa dipendono queste associazioni?</strong></h3><p>Come menzionato in precedenza, la dieta mediterranea vede il suo rappresentante principale nell’olio extravergine di oliva e acidi grassi poli-insaturi, insieme a frutta, verdura, proteine vegetali derivanti dai legumi. Tutti questi nutrienti possiedono un importante ruolo anti-infiammatorio, anti-ossidante e protettivo per la struttura e la funzione cerebrale. Tali nutrienti rappresentano inoltre i cofattori per numerose reazioni metaboliche ed enzimatiche, partecipano alla trasmissione di segnali cellulari, alla sintesi di neurotrasmettitori, alla formazione della guaina mielinica che protegge i neuroni e che ne permette la trasmissione dell’impulso nervoso.</p><p>Sebbene siano necessari ulteriori studi a più ampio spettro, che includano un maggiore numero di partecipanti per un periodo di tempo più lungo, questo studio rappresenta un’importante indicazione di quanto la sana alimentazione incida non soltanto su parametri ematici ma anche sulla salute della nostra mente e del nostro umore.</p><p> </p><h4><strong>Bibliografia:</strong></h4><p>Parletta N, Zarnowiecki D, Cho J, Wilson A, Bogomolova S, Villani A, et al. A Mediterranean-style dietary intervention supplemented with fish oil improves diet quality and mental health in people with depression: A randomized controlled trial (HELFIMED). Nutr Neurosci 2019;22(7):474-487.</p><p>Estruch R, Ros E, Salas-Salvado J, Covas M-I, Corella D, Aros F, et al. Primary prevention of cardiovascular disease with a Mediterranean diet. N Engl J Med 2013;368(14):1279–90.</p><p>Nordmann AJ, Suter-Zimmermann K, Bucher HC, Shai I, Tuttle KR, Estruch R, et al. Meta-analysis comparing Mediterranean to low-fat diets for modification of cardiovascu- lar risk factors. Am J Med 2011;124:841-51.</p><p>Lai JS, Hiles S, Bisquera A, Hure AJ, McEvoy M, Attia J. A sys- tematic review and meta-analysis of dietary patterns and depression in community-dwelling adults. Am J Clin Nutr 2014;99:181–97.</p><p>14 Psaltopoulou T, Sergentanis TN, Panagiotakos DB, Sergentanis IN, Kosti R, Scarmeas N. Mediterranean diet, stroke, cognitive impairment, and depression: A meta-analysis. Ann Neurol 2013;74(4):580–91.</p><p> </p>					</div>
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		<title>Esercitarsi a non giudicare</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/esercitarsi-a-non-giudicare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Talia Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2022 08:11:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio]]></category>
		<category><![CDATA[non giudizio]]></category>
		<category><![CDATA[vivere nel presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giudicare è una attività che la maggior parte delle persone compie, in modo quasi automatico. Esercitarsi a non giudicare è un ottimo modo per migliorare le relazioni con gli altri, essere accoglienti e comprensivi. &#8220;Il non giudizio&#8221; va praticato con costanza per diventare un atteggiamento abituale. Le abilità del non giudicare Esistono diverse abilità su&#8230;</p>
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<p>Giudicare è una attività che la maggior parte delle persone compie, in modo quasi automatico.</p>

<p>Esercitarsi a non giudicare è un ottimo modo per migliorare le relazioni con gli altri, essere accoglienti e comprensivi. &#8220;Il non giudizio&#8221; va praticato con costanza per diventare un atteggiamento abituale.</p>

<h2 class="wp-block-heading">Le abilità del non giudicare</h2>

<p>Esistono diverse abilità su cui puoi allenarti per ridurre al minimo il giudizio critico verso te stesso e gli altri.</p>

<p>Un primo passaggio per essere non giudicanti è <strong>&#8220;Osservare, senza valutare come buono o cattivo&#8221;</strong>. Esercitati a descrivere semplicemente i fatti, senza dare una interpretazione o una valutazione soggettiva. Invece di dire &#8220;che brutto vestito&#8221; puoi dire &#8220;questo vestito è corto, con una fantasia floreale&#8230;&#8221;. Descrivi ciò che vedi.</p>

<p>Un&#8217;altra possibilità è <strong>&#8220;Accogliere ogni momento come una coperta aperta su un prato&#8221;</strong>, che accoglie qualunque cosa arrivi: pioggia, sole o foglie. L&#8217;immagine della coperta ti permette di ricordare come vuoi essere ed aiutarti ad accettare quello che la vita offre.</p>

<p><strong>&#8220;Riconosci ciò che è utile e ciò che è dannoso, senza giudicare&#8221;</strong>. Sicuramente alcuni avvenimenti della vita possono portare dolore, sofferenza e difficoltà ed è giusto riconoscerlo. Invece di dire &#8220;questo periodo è terribile&#8221; puoi provare con frasi come &#8220;questo periodo è fonte di sofferenza per me&#8221;. Il modo in cui parli, a te stesso e agli altri, influisce molto sul modo in cui ti senti.</p>

<p>Quando ti ritrovi a giudicare, <strong>non giudicare il fatto che stai giudicando</strong>. Può capitare, anche se ti stai impegnando, di ritrovarti a giudicare persone o avvenimenti. Accetta che a volte possa capitare e continua a migliorare questo aspetto, senza mortificarti per aver giudicato.</p>

<h2 class="wp-block-heading">La pratica per non giudicare</h2>

<p>Per esercitarti a non giudicare prova a stare di più nel presente. Cerca di focalizzarti sul &#8220;qui ed ora&#8221; e porta la tua attenzione a ciò che stai facendo.</p>

<p><em>Quando stai mangiando, mangia.</em> <em>Se cammini, cammina e basta. Se stai ricordando qualcosa, ricorda.</em></p>

<p>Prova a lasciar andare le distrazioni. Quando qualcosa ti distrae riporta nuovamente la tua attenzione a ciò che stavi facendo. Cento volte la tua mente vagherà e cento volte la riporterai al presente. Con il tempo e l&#8217;esercizio, scoprirai di essere più concentrato e di essere maggiormente centrato sul presente.</p>

<h2 class="wp-block-heading">Sostituire il giudizio</h2>

<p>Quando senti l&#8217;impulso a giudicare prova a descrivere i fatti utilizzando solo informazioni che osservi tramite i tuoi sensi. Ricorda di non aggiungere valutazioni personali.</p>

<p>Oppure puoi descrivere le conseguenze dell&#8217;evento, solo attenendoti ai fatti.</p>

<p>Infine, puoi descrivere i tuoi stati d&#8217;animo in reazione all&#8217;evento. Le emozioni non sono giudizi, puoi sempre esprimere ciò che senti, in modo diretto e rispettoso. Se vuoi sapere qualcosa in più sulle emozioni puoi leggere l&#8217;articolo che trovi a questo <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/emozioni-e-regolazione-emotiva/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link</a>.</p>

<p>Ricorda sempre di fare il meglio che puoi, anche se non raggiungi la perfezione. Sbagliare è normale, puoi provare a migliorarti, accettando i tuoi limiti. Uno psicoterapeuta può aiutarti a lavorare sul non giudizio, trova il terapeuta adatto a te, <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/#chi_siamo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui</a> e seguici su <a href="https://www.facebook.com/psicoterapiacognitivatrieste" target="_blank" rel="noreferrer noopener">FB</a>.</p>

<h3 class="wp-block-heading">Bibliografia</h3>

<p>Linehan, M.M. (2015). <em>DBT® Skills Training Manual </em>Second Edition. New York: The Guilford Press. Traduzione italiana: DBT Skills Training Manuale. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2015.</p>

<p>Linehan, M.M. (2015). DBT Skills Training Handouts and Worksheets. New York: The Guilford Press. Traduzione italiana: DBT Skills Training Schede e Fogli di Lavoro. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2015.</p>
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		<title>La diagnosi di spettro autistico in età adulta</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/la-diagnosi-di-spettro-autistico-in-eta-adulta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Carrano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Feb 2022 07:53:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[asperger]]></category>
		<category><![CDATA[autismo]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia cognitivo comportamentale]]></category>
		<category><![CDATA[sindrome di asperger]]></category>
		<category><![CDATA[spettro autistico]]></category>
		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diagnosticare i disturbi dello spettro autistico in età adulta non è semplice, a partire dall’epidemiologia, in quanto la prevalenza degli studi è basata su campioni pediatrici. Infatti, i disturbi dello spettro autistico solitamente vengono diagnosticati durante l’infanzia, ma nei casi in cui l’autismo si presenti in forma lieve, vi è una difficoltà diagnostica a causa&#8230;</p>
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					<p>Diagnosticare i disturbi dello spettro autistico in età adulta non è semplice, a partire dall’epidemiologia, in quanto la prevalenza degli studi è basata su campioni pediatrici. Infatti, i disturbi dello spettro autistico solitamente vengono diagnosticati durante l’infanzia, ma nei casi in cui l’autismo si presenti in forma lieve, vi è una difficoltà diagnostica a causa del quadro sintomatologico che può essere confuso con altri disturbi come: disturbi depressivi, disturbi d’ansia, ma anche forme psicotiche, bipolari e di personalità. Pertanto, la diagnosi di autismo in età adulta resta un settore di ricerca aperto, oggetto di diversi studi scientifici per capire gli aspetti sintomatologici e psicologici.</p><h3><strong>Come si manifesta l’autismo ad alto funzionamento?</strong></h3><p>L’autismo ad alto funzionamento, definito dai primi anni ’90 “Sindrome di Asperger”, si manifesta con un quadro sintomatologico tipico dell’autismo: difficoltà nell’interazione sociale, ripetitivi e ristretti pattern di comportamenti, interessi ed attività, ma non comporta ritardi nell&#8217;acquisizione delle capacità linguistiche né disabilità intellettive.</p><p>Nel 2013, l’American Psychiatric Association ha pubblicato la quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il DSM-5, dove è stato sostituito il termine “Sindrome di Asperger” con la nuova categoria diagnostica di “Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) – Livello di gravità 1”.</p><p>Secondo il DSM-5, le caratteristiche essenziali dell’ASD sono deficit persistenti nelle seguenti aree:</p><ul><li>Deficit nella comunicazione sociale, non verbale e nell’interazione sociale;</li><li>Deficit nello sviluppo, nel mantenimento e nella comprensione delle relazioni;</li><li>Modelli di comportamento, interessi o attività ristretti e ripetitivi;</li></ul><p>Solitamente, I principali motivi per cui un adolescente o adulto con autismo sente il bisogno di ricorrere alla psicoterapia è perché si sente diverso dagli altri, senza comprenderne il motivo. Spesso si sente isolato e sbagliato, sentimenti che in alcuni casi portano alla depressione, bassa tolleranza allo stress e reazioni disadattive.</p><h3><strong>L’importanza di una diagnosi precoce</strong></h3><p>La necessità di diagnosi precoci nei bambini, per intraprendere subito un percorso utile, dovrebbe essere importante anche in età adulta, per permettere il riconoscimento e la consapevolezza di avere reali difficoltà ad affrontare le esperienze sociali che gli altri trovano facili e piacevoli. Una diagnosi può portare a un cambiamento positivo nelle aspettative, nell’accettazione e nel supporto delle altre persone, portando la persona ad una maggiore comprensione di sé e a un migliore processo decisionale in merito alla sfera lavorativa, le amicizie e le relazioni. Ricevere una diagnosi da adulti significa sentire che le proprie differenze hanno un nome, comprendere la propria identità, accettarsi, dare una spiegazione a ciò che riesce bene e a ciò che crea disagio.</p><h3><strong>La terapia cognitivo-comportamentale applicata all’autismo</strong><strong> </strong></h3><p>Per il trattamento del disturbo autistico, le ultime linee guida dell’Istituto Superiore di Santità raccomando interventi precoci di tipo comportamentale basati sulle evidenze scientifiche. Attualmente non esiste nessun trattamento specifico per l’autismo diagnosticato in età adulta, ma la terapia cognitivo-comportamentale può aiutare ad incrementare i comportamenti funzionali e socialmente appropriati, aiutare nell’adattamento ai compiti della vita quotidiana e migliorare le abilità comunicative, laddove il livello di sviluppo lo permetta.</p><p>La CBT, per definizione, insegna alle persone a monitorare i propri pensieri e le proprie percezioni con lo scopo di accrescere la consapevolezza dei propri errori interpretativi. Il terapeuta potrà aiutare l’adulto con ASD a comprendere il “codice di condotta” che esiste nelle varie situazioni sociali e monitorare i propri comportamenti. Inoltre, il trattamento cognitivo-comportamentale potrebbe essere efficace nei casi in cui si presenta una comorbilità con i disturbi d’ansia o dell’umore, per la gestione della rabbia e negli interventi con i familiari.</p><p> </p><h4>Bibliografia</h4><ul><li>American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders &#8211; fifth edition (DSM-5). Washington DC: APA.</li><li>Valerie L.Gaus (2014) La CBT applicata all’adulto con Sindrome di Asperger e autismi ad alto funzionamento. Franco Angeli. Edizione Italiana a cura di A. D’Ambrosio e V. Perfetto.</li></ul><p> </p><p> </p><p><strong> </strong></p><p> </p><p><strong> </strong></p><p><strong> </strong></p>					</div>
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		<title>La sindrome di Tourette</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/la-sindrome-di-tourette/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Tomizza]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jan 2022 07:21:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[età evolutiva]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia cognitivo comportamentale]]></category>
		<category><![CDATA[sindrome tourette]]></category>
		<category><![CDATA[tic]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I disturbi da tic e la sindrome di Tourette vengono classificati nel DSM-5 (APA, 2013) come disturbi ad esordio infantile &#8211; adolescenziale. Essi compaiono tipicamente tra i 4 ed i 6 anni, e prima dei 18 anni, e sono caratterizzati dalla presenza di tic. La sindrome di Tourette, il cui nome deriva dal dottor Gilles&#8230;</p>
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					<p>I disturbi da tic e la sindrome di Tourette vengono classificati nel DSM-5 (APA, 2013) come disturbi ad esordio infantile &#8211; adolescenziale. Essi compaiono tipicamente tra i 4 ed i 6 anni, e prima dei 18 anni, e sono caratterizzati dalla presenza di tic.</p><p>La sindrome di Tourette, il cui nome deriva dal dottor Gilles de la Tourette, neurologo francese, che la descrisse per la prima volta nel 1885, è un disordine neurocomportamentale, caratterizzato dalla combinazione di tic motori (della durata superiore ad un anno) e tic vocali.</p><p>I tic sono definiti come movimenti (o suoni) improvvisi, rapidi, non ritmici, stereotipati e ripetuti senza apparente motivo o funzione, che vengono messi in atto per placare una sensazione corporea e sensoriale spiacevole e dolorosa, simile al prurito o una sorta di tensione, che la persona sperimenta solitamente nella zona del corpo in cui si verificherà il tic. Questa sensazione, chiamata in inglese “<em>premonitory urge</em>”, aumenta di intensità fino a quando non viene emesso il tic, per poi sparire e tornare nuovamente a crescere lentamente, fino al successivo bisogno impellente di eseguire il tic.</p><p>Essi sono eseguiti consapevolmente, ma non è possibile trattenersi dal farli se non con un grande sforzo di concentrazione e solo per un breve periodo di tempo, a cui spesso segue un fenomeno di <em>rebound</em>, in cui i tic si manifestano in modo più intenso, creando una specie di “scarica” delle energie accumulate.</p><p> I <strong>tic motori</strong> possono coinvolgere uno o più gruppi muscolari. Essi infatti si dividono in:</p><ul><li>tic motori semplici, che coinvolgono di solito un gruppo muscolare isolato e si manifestano in una singola posizione anatomica (come sgranare o strizzare gli occhi, alzare le spalle scuotere la testa o muovere le narici);</li><li>tic motori complessi, che coinvolgono gruppi muscolari multipli e risultano più lenti e protratti nel tempo (ad esempio saltare, accovacciarsi oppure movimenti delle braccia e del busto).</li></ul><p>Anche i <strong>tic vocali</strong>, o fonetici, possono essere classificati in semplici o complessi. Esempi di tic vocali semplici sono schioccare la lingua, eseguire colpi di tosse, tirare su con il naso, schiarirsi la gola, emettere versi gutturali o fischi. I tic complessi comprendono invece la ripetizione di singole parole o di intere frasi.</p><p>E’ presente un’elevata comorbidità con il DOC (Disturbo Ossessivo – Compulsivo) e con il DDAI (Disturbo da Deficit d’Attenzione con Iperattività), condizioni che possono precedere o comparire in seguito alla manifestazione del tic nel bambino.</p><h3><strong>Il trattamento</strong></h3><p>Di fondamentale importanza risulta il trattamento di questo disturbo, in quanto i tic costituiscono frequentemente un problema importante per i ragazzi (o adulti) e per le loro famiglie, determinando disagi nella vita personale familiare e sociale. I tic, infatti, possono interferire con le attività scolastiche e di svago e/o con alcune funzioni fisiologiche, e possono contribuire ad atti di bullismo o prese in giro da parte dei pari, che possono portare a comportamenti di ritiro sociale e ad una riduzione dell’autostima.</p><p>Accanto alla possibile terapia farmacologica, ricerche scientifiche hanno dimostrato l’efficacia di due tipi di terapie cognitivo – comportamentali, che hanno come scopo l’insegnamento della gestione dei tic.</p><p>Il prima tecnica è l’”<em>Exposure and response prevantion</em>” (E/RP, Esposizione con prevenzione della risposta) e lavora su tutti i tic contemporaneamente. Essa si propone di allenare la persona alla spiacevole sensazione che precede il tic, cercando di fermare l’emissione di quest’ultimo per il maggior tempo possibile, in modo tale da diventare capace ad abituarsi ad essa.</p><p>La seconda, chiamata “<em>Habit Reversal Training</em>” (HRT) si concentra invece di volta in volta su un solo tic. In questo caso, la persona si allena a diventare consapevole di come un tic viene espresso e successivamente impara a fare un movimento incompatibile con il tic (risposta competitiva), ovvero a contrarre un gruppo muscolare che rende impossibile l’emissione del tic.</p><p>Di fondamentale importanza nel caso il trattamento venga indirizzato ad un bambino o ad un ragazzo il coinvolgimento della famiglia e della scuola nel trattamento.</p><p> </p><h4>Bibliografia</h4><p>Verdallen C., &amp; Van de Griendt J. (2016). <em>I tic nei bambini</em>. Erickson, Trento.</p><p>Associazione Tourette Roma Onlus. <em>Pillole di Tourette: conoscere la sindro</em></p>					</div>
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		<title>Il triangolo drammatico: una forma di comunicazione non funzionale</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/il-triangolo-drammatico-una-forma-di-comunicazione-non-funzionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Nov 2021 09:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[assertività]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione coppia]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione disfunzionale]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
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					<p>Nel 1968, l’analista transazionale Stephen Karpman, postulò l’esistenza di una particolare modello di comunicazione disfunzionale definita “Triangolo Drammatico” che si attiva in alcuni contesti conflittuali. Il concetto di triangolo drammatico nasce per facilitare gli psicoterapeuti a comprendere le dinamiche comunicative in cui il paziente fa rientrare i vari soggetti della propria vita, terapeuta compreso, e risulta utile anche da esplicitare nel percorso terapeutico per avere maggiore consapevolezza delle e tendenze comunicative e comportamentali disfunzionali.</p><p>Il triangolo drammatico si può formare già in età evolutiva, in base all’interazione con le proprie figure significative. Infatti, il bambino estrae dai propri ricordi delle relazioni di attaccamento, tre significati di base inconciliabili tra loro che costituiscono appunto le rappresentazioni mentali di sé e dell’altro, sulle quali durante il corso della vita costruirà le future relazioni e quindi la propria identità non integrata.</p><h3>Quali sono i ruoli del triangolo drammatico?</h3><p>Il triangolo drammatico è composto da tre ruoli principali:<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-1406 size-medium" src="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-300x300.png" alt="" width="300" height="300" srcset="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-300x300.png 300w, https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-1024x1024.png 1024w, https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-150x150.png 150w, https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-768x768.png 768w, https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico.png 1080w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p><ul><li>il <strong>persecutore</strong> che attacca, aggredisce e giudica in modo non empatico. Si tratta di una modalità difensiva aggressiva in cui si attacca per non essere attaccati. L’emozione prevalentemente esperite sono quella della rabbia, della paura, della gelosia e invidia.</li><li>la<strong> vittima</strong> si percepisce come impotente, passivo ed in balia dell’attacco altrui. Si sente ingiustamente maltrattato e percepisce di non meritarsi tale attacco ma non riesce a far nulla per far valere i propri diritti o “sbloccare” tale situazione. Le emozioni caratteristiche di questo ruolo sono la tristezza, il senso di impotenza e la vergogna.</li><li>il <strong>salvatore </strong>sente di dover intervenire per aiutare l’altro, anche quando non richiesto, si focalizza interamente sui bisogni dell’altro nel tentativo di aiutare e ricevere, di conseguenza, attenzioni, approvazione e amore. Nel tentativo di supportare l’altro dimentica di ascoltare sé stesso. Spesso è mosso dal tentativo di non sentire l’ansia, il senso di colpa o la vergogna.</li></ul><p>In contesti conflittuali o in relazioni disfunzionali, i protagonisti possono oscillare in ognuno di questi tre ruoli, anche all’interno dello stesso evento: la persona può assumere uno dei tre ruoli e ad attribuirne uno all’altro creando quello che viene definito il “gioco psicologico” delle parti. Questi “giochi” sono falsi scambi comunicativi che hanno lo scopo di instaurare o eliminare uno dei ruoli drammatici.</p><p>Quindi spesso i ruoli tendono a cambiare durante i conflitti:</p><ul><li>il<strong> persecutore</strong> può tentare di diventare <u>vittima</u> oppure, diventa il <u>salvatore</u> nonostante sia stato egli stesso l’aggressore (dinamiche tipiche degli abusi psicologici);</li><li>il <strong>salvatore</strong>, stanco di difendere la vittima o per una frustrazione personale, può passare in una modalità aggressiva diventando <u>persecutore</u> oppure può diventare egli stesso <u>vittima</u>;</li><li>la <strong>vittima</strong> può anche capovolgere il suo ruolo diventando l’<u>aggressore</u> o attivare un accudimento invertito diventando <u>salvatore</u>.</li></ul><p>Se pensiamo a questo triangolo attivato in età evolutiva con le proprie figure di attaccamento, possiamo subito immaginare quanto “drammatico” e destabilizzante possa essere tutto ciò: un bambino che sente sé stesso come salvatore, ma anche vittima, ma anche persecutore, di una figura di attaccamento che viene percepita a volte come salvatore al tempo stesso come vittima e peggio ancora come persecutore.</p><h3>Come uscire dai ruoli del triangolo drammatico?</h3><p>Molto spesso le persone coinvolte non percepiscono come possa essere dannoso interpretare costantemente il ruolo di vittima, persecutore e salvatore. <strong>Pensano che il proprio ruolo sia perfettamente logico e dettato da motivi convincenti</strong><strong>, </strong>vedendo solo una parte della situazione. La vittima sente solo di essere maltrattata. Il persecutore vede solo gli errori e fallimento della vittima. E il salvatore si nasconde dietro presunte buone intenzioni.</p><p>Se ci si rende conto di essere dentro una dinamica di questo tipo è importante provare a spezzare il circolo vizioso con un percorso psicoterapeutico che faccia emergere i ruoli interpretati, elaborando le eventuali dinamiche da cui sono partite e migliorando le proprie abilità assertive. Tale percorso può anche essere affrontato nel sistema famiglia e nella coppia, oltre che in modo individuale.</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p>Ivaldi Antonella (2004). Il triangolo drammatico. Da strumento descrittivo a strumento terapeutico. Cognitivismo Clinico (2004) 1, 2 (108-123).</p><p>Karpman Stephen (1968). Fairy tales and script drama analysis. Transactional Analysis Bulletin, 7(26), 39-43.</p>					</div>
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		<title>La regolazione emotiva nell&#8217;adolescenza</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/la-regolazione-emotiva-nelladolescenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 May 2021 07:11:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’adolescenza è una fase dell’evoluzione diversa e particolare della vita di ciascun individuo. La complessità interessa i cambiamenti legati al corpo, alla mente, agli affetti e alle relazioni, che si manifestano quasi contemporaneamente. I principali cambiamenti del corpo avvengono nel fisico: si allungano braccia e gambe, la statura, e nello sviluppo sessuale, con la formazione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="1285" class="elementor elementor-1285" data-elementor-settings="[]">
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					<p>L’adolescenza è una fase dell’evoluzione diversa e particolare della vita di ciascun individuo.</p><p>La complessità interessa i cambiamenti legati al corpo, alla mente, agli affetti e alle relazioni, che si manifestano quasi contemporaneamente.</p><p>I principali cambiamenti del corpo avvengono nel fisico: si allungano braccia e gambe, la statura, e nello sviluppo sessuale, con la formazione e la crescita degli organi sessuali primari e secondari. A livello cognitivo si sviluppa il pensiero ipotetico-deduttivo, che riguarda la capacità di ragionare per ipotesi astratte e la possibilità di giungere a delle deduzioni sulle conseguenze implicate nelle ipotesi stesse. Tutto ciò influisce sia sul modo di apprendere sia sul modo di vedere sé stessi, gli altri e il mondo. L’adolescente inizia a considerare diverse opportunità rispetto al momento presente, ampliando la propria consapevolezza ed esperienza.</p><h3>La transizione nella fase adulta</h3><p>L’ ingresso nella vita adulta potrebbe disorientare e allarmare il giovane adolescente.</p><p>C’è maggiore consapevolezza nel nuovo modo di riflettere e pensare le proprie trasformazioni, entra in una posizione più attiva e responsabile. Da qui inizia la crescita verso un riassestamento e ridefinizione della sua identità, scissa da quella di mamma e papà. Qualcosa si è modificato al suo interno e ora ha necessita dei suoi tempi per riorganizzare e conoscere queste sue nuove abilità e possibilità.</p><p>Definire una propria identità separata e autonoma è uno dei suoi compiti più importanti e il passaggio dalla fase infantile alla fase adulta e implica tutta una serie di difficoltà e ambivalenze che spesso mandano in crisi il giovane adolescente e la sua famiglia.</p><p>Controllare le tensioni provenienti da tutti questi cambiamenti mette a dura prova l’adolescente, che in molte situazioni può cadere in momenti di forte <strong>ansia e preoccupazione</strong> <strong>per il proprio futuro</strong>.</p><p>L’adolescenza pertanto rappresenta quella fase della crescita in cui si è più reattivi, emotivi, sensibili e vulnerabili: se l’adolescente è inserito in un <strong>ambiente sistematicamente invalidante,</strong> il rischio di <strong>disregolazione emotiva</strong> è molto elevato.</p><h3>La disregolazione emotiva nell’adolescenza</h3><p>Esistono diversi tipi di “<strong>comportamenti di evitamento</strong>” tra gli adolescenti che manifestano disregolazione: tra i più comuni <strong>troviamo ideazione suicidaria, autolesionismo, saltare la scuola, crisi di rabbia, uso di sostanze, mangiare compulsivamente, vomito auto-indotto</strong>; questi <strong>comportamenti creano distrazione/sollievo momentaneo e fungono da rinforzo negativo</strong>. A questi seguono <strong>emozioni negative</strong> come <strong>vergogna, senso di colpa, delusione</strong> che risultano nuovamente difficili da gestire, provocando distress e senso di impotenza; per evitare lo sconforto emozionale, dunque, <strong>gli evitamenti sono reiterati in un circolo vizioso disfunzionale</strong> senza fine.</p><h3>La <em>Dialectical Behaviour Therapy </em>(DBT)</h3><p>La terapia che per eccellenza tratta tutte le patologie legate alla disregolazione emotiva è la <strong><em>Dialectical Behaviour Therapy </em></strong><strong>(DBT)</strong>, che consiste in una combinazione di psicoterapia individuale, skills training di gruppo, consultazione (coaching) telefonica e un <em>team </em>di consultazione tra terapeuti.</p><p>Nel setting della psicoterapia individuale vengono utilizziate delle <strong><em>skills training</em></strong> che hanno l’<strong>obiettivo </strong>di <strong>incrementare le abilità di Mindfulness, le abilità di regolazione emotiva, le abilità di tolleranza alla sofferenza, le abilità di efficacia interpersonale</strong> e le abilità di percorrere il sentiero di mezzo, in sostituzione di quelle credenze e quei comportamenti tossici per la salute psichica del giovane.</p><p> </p><h4>Bibliografia</h4><p>Pat Havey<span class="a-color-secondary">, </span><span data-width=""><span style="text-decoration: none; text-underline: none;">Britt H. Rathbone</span></span><span class="a-color-secondary">, </span><span data-width="">a cura di </span><span class="author"><span style="text-decoration: none; text-underline: none;">Laura Rigobello</span></span><span class="a-color-secondary">, </span><span data-width=""><span style="text-decoration: none; text-underline: none;">Giulia Rancati</span></span><span class="contribution">. (2021). </span>Adolescenti con emozioni intense. Come gestire con la DBT le sfide emotive e comportamentali di tuo figlio. FrancoAngeli.</p>					</div>
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		<title>Emozioni e regolazione emotiva</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/emozioni-e-regolazione-emotiva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 May 2021 07:05:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[disregolazione emotiva]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[psicoeducazione]]></category>
		<category><![CDATA[regolazione emotiva]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cosa sono le emozioni? Le emozioni sono un segnale che forniscono un’informazione sul cambiamento nello stato interno o esterno della persona. Le emozioni sono fenomeni molto complessi in continua evoluzione, che comprendono un’interazione tra fattori soggettivi e oggettivi, mediate dai sistemi neurali/ormonali, che possono dare origine a esperienze affettive come sensazioni di attivazione e di piacere/dispiacere&#8230;</p>
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					<h3>Che cosa sono le emozioni?</h3><p>Le <strong>emozioni sono un segnale </strong><strong>che forniscono un’informazione</strong> sul cambiamento nello stato interno o esterno della persona.</p><p><strong>Le emozioni sono fenomeni molto complessi in continua evoluzione,</strong> che comprendono un’interazione tra fattori soggettivi e oggettivi, mediate dai sistemi neurali/ormonali, che possono dare origine a esperienze affettive come sensazioni di attivazione e di piacere/dispiacere o possono generare processi cognitivi e portare ad un’azione che può essere espressiva, finalizzata, adattiva o disfunzionale.</p><p>Il <strong>decorso temporale delle emozioni</strong> <strong>può essere</strong> estremamente <strong>differente</strong>: in alcuni casi le <strong>emozioni </strong>hanno un inizio e una fine ben definite, con un’intensità stabile nel tempo; in altri casi è più difficile definire in modo preciso il decorso temporale poiché presentano un pattern maggiormente discontinuo e fluttuante anche in termini di intensità.</p><p>Secondo la neurologia moderna, <strong>un’emozione ha una durata di 90 secondi</strong>. Però quando proviamo un’emozione non possiamo fare a meno di osservare e attivare i nostri pensieri su di essa. Quindi l’effetto scaturito dall’emozione (di per sé breve) è solitamente più duraturo e comunque inevitabile.</p><h4>A cosa servono le emozioni?</h4><p>Le emozioni ci tengono informati sullo stato di successo o fallimento, attuale o previsto, nel raggiungere i nostri scopi. <strong>Sotteso ad ogni emozione c’è pertanto uno scopo</strong>, che viene raggiunto, o minacciato, o non raggiunto.</p><p><strong>Le </strong><strong>principali funzioni</strong><strong> delle emozioni sono: </strong></p><ul><li><strong>funzione adattativa</strong><strong>, </strong>ovvero<strong> preparare il corpo all&#8217;azione</strong> è una delle funzioni emotive più importanti;</li><li><strong>funzione sociale</strong><strong>, </strong>poiché <strong>comunicano i nostri stati emotivi e esprimono il nostro stato d&#8217;animo; facilitano</strong>, inoltre, <strong>l&#8217;interazione sociale e aiutano il resto delle persone intorno a noi a predire il nostro comportamento</strong>, così come possiamo comprendere il loro;</li><li><strong>funzione motivazionale</strong><strong>,</strong> il comportamento motivato produce una risposta emotiva, e, d’altra parte determinano l&#8217;inizio di tali comportamenti, li dotano di maggiore o minore intensità e li guidano in una direzione o nell&#8217;altra.</li></ul><h3>La disregolazione emotiva vs regolazione emotiva</h3><p>Molte problematiche riportate dai pazienti in terapia riguardano la difficoltà di regolazione emotiva (<strong>disregolazione emotiva</strong>). Infatti, <strong>le emozioni vengono spesso percepite come pericolose e potenzialmente danneggianti</strong>, poiché considerate la diretta causa del proprio malessere piuttosto che la <u>conseguenza di pensieri catastrofici</u> che determinano l’emozione stessa.</p><p>Le <strong>difficoltà di regolazione emotiva</strong> possono essere dovute da molti fattori:</p><ul><li><strong>fattori biologici</strong> <strong>ormonali</strong> che rendono più difficile regolare le emozioni, ed esempio le varie fasi del ciclo mestruale nelle donne;</li><li><strong>fattori educativi</strong>, cioè la mancanza di un modello di riferimento funzionale in quanto nessuno ha mai insegnato a regolarle oppure il fallimento delle figure di accudimento nel rispondere sensibilmente ai bisogni emotivi del bambino;</li><li><strong>fattori ambientali</strong>, ovvero contesti che possono rinforzare l’elevata emotività e l’instabilità umorale;</li><li><strong>fattori culturali</strong>, spesso collegati a <strong>falsi miti e credenze erronee</strong> che possono ostacolare la capacità di regolare le emozioni, quali ad esempio: “<em>c’è un giusto modo di sentire in ogni situazione”, “se gli altri vedono come mi sento mi giudicheranno come debole”, “le emozioni negative sono dannose e distruttive”, “essere emotivo significa essere fuori controllo”, “alcune emozioni sono insensate e non andrebbero mai provate</em>”.</li></ul><p>Inoltre, tra le <strong>credenze sulle emozioni</strong> più diffuse vi sono:</p><ul><li><strong>La durata</strong>, cioè la credenza che le emozioni dureranno per un tempo indefinito. Ma avete mai provato un’emozione (positiva o negativa) che non se n’è mai andata?</li><li><strong>L’intensità</strong>, la credenza che le emozioni saranno sempre intense e non diminuiranno mai;</li><li><strong>Il controllo,</strong> la credenza che se non si riprende immediatamente il controllo di sé l’emozione aumenterà a dismisura diventando un pericolo e non sarà più possibile gestirla.</li><li><strong>Il bias del ragionamento emotivo</strong>: la credenza che uno stato emotivo rappresenti il contenuto oggettivo della realtà. Ad esempio: “<em>se sono in ansia allora c’è un pericolo</em>”, “<em>se sono arrabbiato vuol dire che ho subito un torto</em>”, “<em>se provo vergogna significa che ho fatto una figuraccia</em>”, “<em>se provo paura è perché sono veramente minacciato</em>”, ecc.</li></ul><h3>Lavorare sulla disregolazione emotiva in terapia</h3><p>Nel percorso terapeutico, risulta quindi fondamentale iniziare con un processo di <strong>psicoeducazione emotiva</strong>, cercando di comprendere le specifiche credenze relative le emozioni. Ma, risulta fondamentale anche indagare il<strong> contesto educativo familiare</strong> in cui la persona è cresciuta.</p><p>Infatti, il bambino che ha sperimentato irregolarità nelle reazioni emotive dei genitori o caregivers, ad esempio assistendo ad esplosioni immotivate di collera o che è vissuto in un ambiente familiare emotivamente disorganizzato o con gravi carenze affettive, non è in grado di costruire durante lo sviluppo uno schema emotivo coerente.  Quindi, la mancanza di legame di attaccamento con i genitori o caregivers sicuro e stabile, può essere un fattore scatenante di disregolazioni emotive che possono sfociare in sintomatologie psicologiche specifiche.</p><p>L’<strong>approccio cognitivo comportale e le altre terapie di terza generazione</strong>, come la <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-focalizzata-sulla-compassione/">Compassion Focused Therapy</a>, l’<a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/acceptance-and-commitment-therapy/">Acceptance and Commitment Therapy</a>, la Dialectical Behavior Therapy e la <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/schema-therapy/">Schema Therapy</a>, focalizzano la loro attenzione su <strong>interventi mirati alla regolazione emotiva</strong> e sul <strong>portare il tono di attivazione neuro-fisiologica all’interno della</strong> <strong>finestra di tolleranza</strong>, verso il basso quando in fase di iper-arousal e verso l’altro se in ipo-arousal.</p><p>In sintesi, valutare e comprendere la familiarità di ogni paziente con le proprie emozioni, nonché le credenze che ha maturato in merito ad esse, identificando al contempo le strategie di gestione e le credenze disfunzionali, è fondamentale per modificarle e promuoverne di più adattive, aumentando la capacità del paziente di “stare con” e accettare le proprie emozioni.</p><h4>Bibliografia:</h4><p>Robert L. Leahy, a cura di S. Gelli e G. Melli (2016). Emotional schema therapy. Credenze sulle emozioni e strategie di regolazione emozionale in terapia metacognitiva. Eclipsi.</p><p>Robert L. Leahy, Dennis Tirch, Lisa A. Napolitano (2018). La regolazione delle emozioni in psicoterapia. Guida pratica per il professionista. Erickson.</p><p>Zorzi, M., V., Girotto (2004). Fondamenti di psicologia generale. Il Mulino.</p><p><a href="https://www.stateofmind.it/tag/emozioni/">https://www.stateofmind.it/tag/emozioni/</a></p><p><a href="https://www.ipsico.it/le-emozioni-umane/">https://www.ipsico.it/le-emozioni-umane/</a></p>					</div>
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		<title>La ruminazione: quando non riusciamo a &#8220;metterci una pietra sopra&#8221;</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/la-ruminazione-quando-non-riusciamo-a-metterci-una-pietra-sopra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Tomizza]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2021 06:41:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[comportamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi umore]]></category>
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		<category><![CDATA[Gestione Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero ripetitivo]]></category>
		<category><![CDATA[rimugino]]></category>
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		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A tutti noi è capitato di soffermarci a riflettere sulla risoluzione di un problema, su noi stessi, sulle nostre emozioni, sui nostri potenziali errori o insuccessi. Alle volte è successo che rimanessimo incastrati in questi pensieri, in un circolo vizioso, che alla fine non ha portato a nessun miglioramento del nostro stato d’animo o a&#8230;</p>
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					<p>A tutti noi è capitato di soffermarci a riflettere sulla risoluzione di un problema, su noi stessi, sulle nostre emozioni, sui nostri potenziali errori o insuccessi. Alle volte è successo che rimanessimo incastrati in questi pensieri, in un <strong>circolo vizioso</strong>, che alla fine <strong>non ha portato a nessun miglioramento del nostro stato d’animo o a nessuna soluzione del nostro problema</strong>.</p><p>Rimanere bloccati in pensieri ripetitivi e invischiati nello stato emotivo negativo che ne consegue è quello che in psicoterapia chiamiamo ruminazione.  </p><h3>Che cosa si intende per ruminazione?</h3><p>Il <strong>termine ruminazione è stato preso in prestito dalla zoologia</strong> e per la precisione dal modo di mangiare delle mucche. Questi animali possiedono, oltre allo stomaco, una sacca, chiamata rumine, dove depositano il cibo ingerito per poi riportarlo in bocca e masticarlo, ingurgitarlo, rigurgitarlo e rimasticarlo per più volte.</p><p>In psicologia indica “<span style="text-decoration: underline;">quel pensiero ripetitivo e ricorrente sui sintomi (es. stanchezza, flessione del tono dell’umore), sulle emozioni, sui problemi, sugli eventi e sugli aspetti negativi del Sé, con una particolare attenzione rivolta alle loro cause, ai loro significati e alle loro implicazioni</span>” (Watkins E. R., 2018).</p><p>La ruminazione viene considerata un <strong>processo transdiagnostico</strong>, ovvero è un <strong>meccanismo che si ritrova in molteplici disturbi</strong> e che <strong>ha un ruolo importante nell’eziologia, nel mantenimento e nelle ricadute di molteplici patologie</strong> (depressione, disturbi d’ansia, disturbo post traumatico da stress e disturbi dell’alimentazione).</p><p>In particolare tale meccanismo è considerato un <strong>elemento chiave nella depressione</strong>. Le persone depresse descrivono la ruminazione come qualcosa di non intenzionale, persistente, ripetitivo, difficile da interrompere e da controllare, che<strong> provoca un aumento di tristezza, stanchezza, sofferenza, insonnia, procrastinazione, autocritica, pessimismo, ansia e disperazione</strong>.</p><h3>Ruminare è normale?</h3><p>È importante riconoscere che tale meccanismo è una <strong>reazione comune e normale</strong>, e che nella maggior parte dei casi ha una durata breve. Ad esempio in seguito ad un lutto o ad un errore commesso è abbastanza comune ritrovarsi a ruminare, al fine di cercare di dare un senso ad un evento sconvolgente o di risolvere un problema. Le persone che invece sviluppano un disturbo, trascorrono molto più tempo e dedicano molte più energie mentali ed emotive a questo genere di attività, amplificandone i suoi effetti negativi e restandone inconsapevolmente vittime.</p><p>Possiamo anche distinguere tra una<strong> ruminazione “efficace” e una “inefficace”</strong>. Una ruminazione è utile quando si riflette sul problema, concentrandosi su una risoluzione concreta di quest’ultimo oppure, se ritenuto irrisolvibile, si decide di abbandonarlo e di dedicarsi ad attività più gratificanti e produttive. Una <strong>modalità costruttiva</strong> sarà quindi caratterizzata da uno stile di pensiero concreto, specifico e focalizzato sul problem solving (ad esempio chiedersi “come?”). Una <strong>modalità negativa</strong> di ruminare, sarà invece definita da uno stile di pensiero astratto e valutativo (ad esempio chiedersi “perché?”), e si focalizzerà sui problemi e sulle difficoltà di una situazione e non sulla ricerca di una soluzione.</p><p>Una prima domanda che possiamo provare a rispondere per capire se la modalità di pensiero che stiamo utilizzando sia del primo o del secondo tipo, è chiedersi se <strong>questo meccanismo ci stia aiutando o ci stia ostacolando a raggiungere l’obiettivo o il superamento della nostra problematica</strong>.</p><h3>Quali sono le funzioni della ruminazione?</h3><ol><li>Per comprendere le cause, i significati di eventi, emozioni e comportamenti. Può avere quindi lo <strong>scopo di ottenere una sensazione di controllo</strong>, in modo da evitare che succedano nuovamente cose spiacevoli.</li><li>Al fine di <strong>automotivarsi e spronarsi a migliorare la performance</strong>, le persone possono riflettere sulle proprie difficoltà o sui propri difetti. Se questa funzione è caratterizzata da critica a lungo termine può amplificare le proprie autovalutazioni negative.</li><li>Per <strong>pianificare e prepararsi eventi futuri</strong>, immaginando che cosa accadrà e quali potrebbero essere le eventuali reazioni. Tale modalità può portare all’evitamento del confronto diretto con la situazione attuale, se gli scenari vengono meticolosamente progettati, ma mai concretizzati.</li><li>Per <strong>evitare di diventare il tipo di persona che l’individuo teme di essere</strong>, come ad esempio avere il timore di essere una persona arrogante e ripensare a quando si è stati invadenti o egocentrici e rimproverarsi per tale comportamento.</li><li>Per <strong>distogliere l’attenzione da eventi esterni noiosi, difficili o spiacevoli</strong>, concentrandosi su un mondo interno fatto di ricordi, immagini e pensieri (sognare ad occhi aperti).</li><li>Al fine di <strong>evitare il rischio di fallimento o l’umiliazione</strong>, la ruminazione può focalizzarsi su situazioni ritenute rischiose o difficili, riflettendo su cosa potrebbe succedere, sui significati e sulle possibili conseguenze. Nel corso del tempo può portare a procrastinazione ed evitamento della situazione.</li><li>Per <strong>anticipare le critiche e le potenziali reazioni negative altrui</strong>, provando a leggere la mente dell’altro e a prevedere cosa potrebbe accadere.</li><li>Per t<strong>enere sotto controllo sensazioni ed emozioni spiacevoli</strong>, ruminando per esempio su come le proprie difficoltà siano causate dagli altri, passando quindi dalla tristezza alla rabbia.</li><li>Allo scopo di <strong>fornire scuse e razionalizzazione</strong> per il non aver cambiato idea o il non aver intrapreso un’attività, riflettendo sulle difficoltà e sui problemi.</li><li>Al fine di <strong>raccogliere prove ed argomentazioni sul perché le cose dovrebbero andare in un certo modo e trovare giustificazioni</strong> <strong>per il proprio comportamento</strong>, unitamente a standard elevati e vissuti di rabbia quando gli altri non li rispettano.</li></ol><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>Leveni, D., Michelin, P. &amp; Piacentini, D. (2018). <em>Superare la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Watkins, E. R. (2018). <em>La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Wells, A. (2018). <em>Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione</em>. Erickson, Trento.</p>					</div>
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		<p>L'articolo <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/la-ruminazione-quando-non-riusciamo-a-metterci-una-pietra-sopra/">La ruminazione: quando non riusciamo a &#8220;metterci una pietra sopra&#8221;</a> proviene da <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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		<title>Perché il perdono e l&#8217;accettazione sono così importanti in terapia?</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/perche-il-perdono-e-laccettazione-sono-cosi-importanti-in-terapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Apr 2021 06:56:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[acceptance and commitment therapy]]></category>
		<category><![CDATA[Accettazione]]></category>
		<category><![CDATA[act]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’accettazione e il perdono sono due costrutti molto importanti in terapia, soprattutto nelle terapie cognitivo comportamentali di “terza onda” come l’Acceptance And Commitment Therapy (ACT). L’accettazione L’accettazione è un costrutto psicologico che si basa sulla consapevolezza che uno scopo, un obiettivo, una situazione non possono più essere perseguiti creando un conflitto interiore. Nel corso della&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/perche-il-perdono-e-laccettazione-sono-cosi-importanti-in-terapia/">Perché il perdono e l&#8217;accettazione sono così importanti in terapia?</a> proviene da <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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					<p>L’accettazione e il perdono sono due costrutti molto importanti in terapia, soprattutto nelle terapie cognitivo comportamentali di “terza onda” come l’<em><a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/acceptance-and-commitment-therapy/">Acceptance And Commitment Therapy</a> </em>(ACT).</p><h3>L’accettazione</h3><p>L’<strong>accettazione</strong> è un costrutto psicologico che si basa sulla consapevolezza che uno scopo, un obiettivo, una situazione non possono più essere perseguiti creando un conflitto interiore.</p><p>Nel corso della nostra vita capita di dover affrontare situazioni che non abbiamo desiderato, a situazioni difficili che ci impongono dei <strong>cambiamenti drastici nella vita</strong>. Proviamo ad esempio a pensare all’ultimo anno che abbiamo vissuto da quando è arrivato il Covid-19 e quanto abbia cambiato in modo molto potente la nostra vita. Ma in generale, ci si può trovare a dover accettare la fine di una relazione significativa, la perdita del lavoro o la diagnosi di una malattia invalidante. In altri casi, i cambiamenti possono avere un minor impatto, ma causare comunque <strong>difficoltà ad adattarci alla nuova situazion</strong>e.</p><p>L’accettazione, però, non riguarda sempre e solo eventi o cambiamenti, <strong>può implicare anche le emozioni</strong>. Tutte le emozioni hanno motivo di esistere e sono importanti per la nostra vita, ma quelle definite “negative” come la rabbia, l’ansia, la tristezza, il senso di colpa o l’invidia sono spesso respinte e non accettate. Questo dipende dalla nostra cultura, purtroppo, tendente all’inibizione emotiva e alla spasmodica ricerca della “felicità” sempre e comunque che viene suggerito come stile di vita. Non c’è niente di più sbagliato, purtroppo. Ecco perché molti dei nostri pazienti ricercano una terapia spaventati dai propri stati emotivi che definiscono “esagerati” o “non normali”. <span style="text-decoration: underline;">Gran parte del percorso terapeutico, quindi, è improntato alla conoscenza di queste emozioni, del loro significato e, soprattutto, della loro utilità, imparando a gestirle e ad accettarle nella nostra vita come alleate e non nemiche</span>.</p><p>In sintesi, l’accettazione si basa sulla nozione che, di norma<strong>, tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso e trasformando l’esperienza in qualcosa di ancora più doloroso.</strong></p><h3>Il perdono</h3><p>Il <strong>perdono</strong>, invece, è un costrutto che si riferisce a “un cambiamento prosociale verso un altro individuo che ci ha recato un danno fisico e/o morale e include la riduzione dei sentimenti negativi provati verso l’autore del danno e, in alcuni casi, l’aumento di emozioni e pensieri positivi che potrebbe tradursi in una modifica dei comportamenti nei suoi confronti” (Barcaccia e Mancini,2013).</p><p>In psicoterapia, perdonare non significa negare un torto, giustificare, rassegnarsi a subire e non significa nemmeno necessariamente riconciliarsi. <strong>Per perdono</strong>, invece, <strong>si intende la capacità di “lasciar andare</strong>” ciò che ci ha ferito nel passato, lasciando che il passato rimanga nel passato. Quando una persona perdona, identifica chiaramente il comportamento dell’altro come moralmente sbagliato, <strong>ma accetta l’altro e riconosce il suo valore intrinseco nonostante l’offesa</strong>. Inoltre, quando una persona perdona, offre ciò che può alla persona perdonata, ad esempio la propria <strong>compassione</strong> (non pena!). Con la riconciliazione, invece, entrambi i protagonisti devono fare la propria parte per ripristinare la situazione, in particolare colui che ha sbagliato deve fare dei passi avanti per ristabilire la fiducia. Pertanto, <strong>è possibile perdonare anche senza riconciliarsi</strong>.</p><p>Spesso le persone rimangono intrappolate nei ricordi dolorosi che impediscono di concentrarsi e vivere il presente. Si parla di <u>rancore</u> quando la <strong>rabbia</strong> è rivolta verso l’altro, a coloro che hanno causato la propria sofferenza. Ma la rabbia può essere rivolta anche a sé stessi: il <u>rimorso</u> per le scelte prese o non prese oppure gli errori fatti o che si pensa di aver commesso. Si possono provare infatti <strong>emozioni altamente negative verso di sé </strong>(ad es. <strong>rabbia, senso di colpa, vergogna</strong>) dopo aver percepito di aver ferito qualcun altro o di aver violato i propri standard morali.</p><h3>Accettazione e perdono in  terapia</h3><p>Quindi, nel percorso terapeutico risulta molto importante <strong>accettare gli eventi accaduti, seppur dolorosi e che hanno condizionato in modo indelebile la propria vita, e accettare le proprie emozioni, senza mai giudicarle o negarsi di viverle</strong>.</p><p>Nei casi in cui è presente una forte<strong> autocritica</strong> sarà molto importante <strong>allenarsi a sviluppare una voce interiore più sana e compassionevole</strong>, che possa imparare a perdonare, a perdonarsi e lasciare andare il passato affinché il presente possa dare il meglio e il futuro possa essere più soddisfacente.</p><p>Dott.ssa Valentina Luciani</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p>Barcaccia B. Mancini F. (2013). Teoria e clinica del perdono. Raffaello Cortina Editore.</p>					</div>
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		<p>L'articolo <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/perche-il-perdono-e-laccettazione-sono-cosi-importanti-in-terapia/">Perché il perdono e l&#8217;accettazione sono così importanti in terapia?</a> proviene da <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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