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	<title>terapia cognitivo-comportamentale &#8211; Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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	<title>terapia cognitivo-comportamentale &#8211; Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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		<title>La diagnosi di spettro autistico in età adulta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Carrano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Feb 2022 07:53:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diagnosticare i disturbi dello spettro autistico in età adulta non è semplice, a partire dall’epidemiologia, in quanto la prevalenza degli studi è basata su campioni pediatrici. Infatti, i disturbi dello spettro autistico solitamente vengono diagnosticati durante l’infanzia, ma nei casi in cui l’autismo si presenti in forma lieve, vi è una difficoltà diagnostica a causa&#8230;</p>
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					<p>Diagnosticare i disturbi dello spettro autistico in età adulta non è semplice, a partire dall’epidemiologia, in quanto la prevalenza degli studi è basata su campioni pediatrici. Infatti, i disturbi dello spettro autistico solitamente vengono diagnosticati durante l’infanzia, ma nei casi in cui l’autismo si presenti in forma lieve, vi è una difficoltà diagnostica a causa del quadro sintomatologico che può essere confuso con altri disturbi come: disturbi depressivi, disturbi d’ansia, ma anche forme psicotiche, bipolari e di personalità. Pertanto, la diagnosi di autismo in età adulta resta un settore di ricerca aperto, oggetto di diversi studi scientifici per capire gli aspetti sintomatologici e psicologici.</p><h3><strong>Come si manifesta l’autismo ad alto funzionamento?</strong></h3><p>L’autismo ad alto funzionamento, definito dai primi anni ’90 “Sindrome di Asperger”, si manifesta con un quadro sintomatologico tipico dell’autismo: difficoltà nell’interazione sociale, ripetitivi e ristretti pattern di comportamenti, interessi ed attività, ma non comporta ritardi nell&#8217;acquisizione delle capacità linguistiche né disabilità intellettive.</p><p>Nel 2013, l’American Psychiatric Association ha pubblicato la quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il DSM-5, dove è stato sostituito il termine “Sindrome di Asperger” con la nuova categoria diagnostica di “Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) – Livello di gravità 1”.</p><p>Secondo il DSM-5, le caratteristiche essenziali dell’ASD sono deficit persistenti nelle seguenti aree:</p><ul><li>Deficit nella comunicazione sociale, non verbale e nell’interazione sociale;</li><li>Deficit nello sviluppo, nel mantenimento e nella comprensione delle relazioni;</li><li>Modelli di comportamento, interessi o attività ristretti e ripetitivi;</li></ul><p>Solitamente, I principali motivi per cui un adolescente o adulto con autismo sente il bisogno di ricorrere alla psicoterapia è perché si sente diverso dagli altri, senza comprenderne il motivo. Spesso si sente isolato e sbagliato, sentimenti che in alcuni casi portano alla depressione, bassa tolleranza allo stress e reazioni disadattive.</p><h3><strong>L’importanza di una diagnosi precoce</strong></h3><p>La necessità di diagnosi precoci nei bambini, per intraprendere subito un percorso utile, dovrebbe essere importante anche in età adulta, per permettere il riconoscimento e la consapevolezza di avere reali difficoltà ad affrontare le esperienze sociali che gli altri trovano facili e piacevoli. Una diagnosi può portare a un cambiamento positivo nelle aspettative, nell’accettazione e nel supporto delle altre persone, portando la persona ad una maggiore comprensione di sé e a un migliore processo decisionale in merito alla sfera lavorativa, le amicizie e le relazioni. Ricevere una diagnosi da adulti significa sentire che le proprie differenze hanno un nome, comprendere la propria identità, accettarsi, dare una spiegazione a ciò che riesce bene e a ciò che crea disagio.</p><h3><strong>La terapia cognitivo-comportamentale applicata all’autismo</strong><strong> </strong></h3><p>Per il trattamento del disturbo autistico, le ultime linee guida dell’Istituto Superiore di Santità raccomando interventi precoci di tipo comportamentale basati sulle evidenze scientifiche. Attualmente non esiste nessun trattamento specifico per l’autismo diagnosticato in età adulta, ma la terapia cognitivo-comportamentale può aiutare ad incrementare i comportamenti funzionali e socialmente appropriati, aiutare nell’adattamento ai compiti della vita quotidiana e migliorare le abilità comunicative, laddove il livello di sviluppo lo permetta.</p><p>La CBT, per definizione, insegna alle persone a monitorare i propri pensieri e le proprie percezioni con lo scopo di accrescere la consapevolezza dei propri errori interpretativi. Il terapeuta potrà aiutare l’adulto con ASD a comprendere il “codice di condotta” che esiste nelle varie situazioni sociali e monitorare i propri comportamenti. Inoltre, il trattamento cognitivo-comportamentale potrebbe essere efficace nei casi in cui si presenta una comorbilità con i disturbi d’ansia o dell’umore, per la gestione della rabbia e negli interventi con i familiari.</p><p> </p><h4>Bibliografia</h4><ul><li>American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders &#8211; fifth edition (DSM-5). Washington DC: APA.</li><li>Valerie L.Gaus (2014) La CBT applicata all’adulto con Sindrome di Asperger e autismi ad alto funzionamento. Franco Angeli. Edizione Italiana a cura di A. D’Ambrosio e V. Perfetto.</li></ul><p> </p><p> </p><p><strong> </strong></p><p> </p><p><strong> </strong></p><p><strong> </strong></p>					</div>
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		<title>La ruminazione: quando non riusciamo a &#8220;metterci una pietra sopra&#8221;</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/la-ruminazione-quando-non-riusciamo-a-metterci-una-pietra-sopra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Tomizza]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2021 06:41:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
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					<p>A tutti noi è capitato di soffermarci a riflettere sulla risoluzione di un problema, su noi stessi, sulle nostre emozioni, sui nostri potenziali errori o insuccessi. Alle volte è successo che rimanessimo incastrati in questi pensieri, in un <strong>circolo vizioso</strong>, che alla fine <strong>non ha portato a nessun miglioramento del nostro stato d’animo o a nessuna soluzione del nostro problema</strong>.</p><p>Rimanere bloccati in pensieri ripetitivi e invischiati nello stato emotivo negativo che ne consegue è quello che in psicoterapia chiamiamo ruminazione.  </p><h3>Che cosa si intende per ruminazione?</h3><p>Il <strong>termine ruminazione è stato preso in prestito dalla zoologia</strong> e per la precisione dal modo di mangiare delle mucche. Questi animali possiedono, oltre allo stomaco, una sacca, chiamata rumine, dove depositano il cibo ingerito per poi riportarlo in bocca e masticarlo, ingurgitarlo, rigurgitarlo e rimasticarlo per più volte.</p><p>In psicologia indica “<span style="text-decoration: underline;">quel pensiero ripetitivo e ricorrente sui sintomi (es. stanchezza, flessione del tono dell’umore), sulle emozioni, sui problemi, sugli eventi e sugli aspetti negativi del Sé, con una particolare attenzione rivolta alle loro cause, ai loro significati e alle loro implicazioni</span>” (Watkins E. R., 2018).</p><p>La ruminazione viene considerata un <strong>processo transdiagnostico</strong>, ovvero è un <strong>meccanismo che si ritrova in molteplici disturbi</strong> e che <strong>ha un ruolo importante nell’eziologia, nel mantenimento e nelle ricadute di molteplici patologie</strong> (depressione, disturbi d’ansia, disturbo post traumatico da stress e disturbi dell’alimentazione).</p><p>In particolare tale meccanismo è considerato un <strong>elemento chiave nella depressione</strong>. Le persone depresse descrivono la ruminazione come qualcosa di non intenzionale, persistente, ripetitivo, difficile da interrompere e da controllare, che<strong> provoca un aumento di tristezza, stanchezza, sofferenza, insonnia, procrastinazione, autocritica, pessimismo, ansia e disperazione</strong>.</p><h3>Ruminare è normale?</h3><p>È importante riconoscere che tale meccanismo è una <strong>reazione comune e normale</strong>, e che nella maggior parte dei casi ha una durata breve. Ad esempio in seguito ad un lutto o ad un errore commesso è abbastanza comune ritrovarsi a ruminare, al fine di cercare di dare un senso ad un evento sconvolgente o di risolvere un problema. Le persone che invece sviluppano un disturbo, trascorrono molto più tempo e dedicano molte più energie mentali ed emotive a questo genere di attività, amplificandone i suoi effetti negativi e restandone inconsapevolmente vittime.</p><p>Possiamo anche distinguere tra una<strong> ruminazione “efficace” e una “inefficace”</strong>. Una ruminazione è utile quando si riflette sul problema, concentrandosi su una risoluzione concreta di quest’ultimo oppure, se ritenuto irrisolvibile, si decide di abbandonarlo e di dedicarsi ad attività più gratificanti e produttive. Una <strong>modalità costruttiva</strong> sarà quindi caratterizzata da uno stile di pensiero concreto, specifico e focalizzato sul problem solving (ad esempio chiedersi “come?”). Una <strong>modalità negativa</strong> di ruminare, sarà invece definita da uno stile di pensiero astratto e valutativo (ad esempio chiedersi “perché?”), e si focalizzerà sui problemi e sulle difficoltà di una situazione e non sulla ricerca di una soluzione.</p><p>Una prima domanda che possiamo provare a rispondere per capire se la modalità di pensiero che stiamo utilizzando sia del primo o del secondo tipo, è chiedersi se <strong>questo meccanismo ci stia aiutando o ci stia ostacolando a raggiungere l’obiettivo o il superamento della nostra problematica</strong>.</p><h3>Quali sono le funzioni della ruminazione?</h3><ol><li>Per comprendere le cause, i significati di eventi, emozioni e comportamenti. Può avere quindi lo <strong>scopo di ottenere una sensazione di controllo</strong>, in modo da evitare che succedano nuovamente cose spiacevoli.</li><li>Al fine di <strong>automotivarsi e spronarsi a migliorare la performance</strong>, le persone possono riflettere sulle proprie difficoltà o sui propri difetti. Se questa funzione è caratterizzata da critica a lungo termine può amplificare le proprie autovalutazioni negative.</li><li>Per <strong>pianificare e prepararsi eventi futuri</strong>, immaginando che cosa accadrà e quali potrebbero essere le eventuali reazioni. Tale modalità può portare all’evitamento del confronto diretto con la situazione attuale, se gli scenari vengono meticolosamente progettati, ma mai concretizzati.</li><li>Per <strong>evitare di diventare il tipo di persona che l’individuo teme di essere</strong>, come ad esempio avere il timore di essere una persona arrogante e ripensare a quando si è stati invadenti o egocentrici e rimproverarsi per tale comportamento.</li><li>Per <strong>distogliere l’attenzione da eventi esterni noiosi, difficili o spiacevoli</strong>, concentrandosi su un mondo interno fatto di ricordi, immagini e pensieri (sognare ad occhi aperti).</li><li>Al fine di <strong>evitare il rischio di fallimento o l’umiliazione</strong>, la ruminazione può focalizzarsi su situazioni ritenute rischiose o difficili, riflettendo su cosa potrebbe succedere, sui significati e sulle possibili conseguenze. Nel corso del tempo può portare a procrastinazione ed evitamento della situazione.</li><li>Per <strong>anticipare le critiche e le potenziali reazioni negative altrui</strong>, provando a leggere la mente dell’altro e a prevedere cosa potrebbe accadere.</li><li>Per t<strong>enere sotto controllo sensazioni ed emozioni spiacevoli</strong>, ruminando per esempio su come le proprie difficoltà siano causate dagli altri, passando quindi dalla tristezza alla rabbia.</li><li>Allo scopo di <strong>fornire scuse e razionalizzazione</strong> per il non aver cambiato idea o il non aver intrapreso un’attività, riflettendo sulle difficoltà e sui problemi.</li><li>Al fine di <strong>raccogliere prove ed argomentazioni sul perché le cose dovrebbero andare in un certo modo e trovare giustificazioni</strong> <strong>per il proprio comportamento</strong>, unitamente a standard elevati e vissuti di rabbia quando gli altri non li rispettano.</li></ol><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>Leveni, D., Michelin, P. &amp; Piacentini, D. (2018). <em>Superare la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Watkins, E. R. (2018). <em>La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Wells, A. (2018). <em>Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione</em>. Erickson, Trento.</p>					</div>
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		<title>Il Disturbo Distimico o Distimia</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/il-disturbo-distimico-o-distimia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Apr 2021 16:27:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[compassion focused therapy]]></category>
		<category><![CDATA[Depressione]]></category>
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		<category><![CDATA[disturbo distimico]]></category>
		<category><![CDATA[Mindfulness]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Distimia, o Disturbo Distimico, è un disturbo dell’umore, viene definita come una depressione cronica più lieve nei sintomi rispetto alla depressione maggiore, ma duratura nel tempo. Quando appare L’esordio della distimia può avvenire prima dei 21 anni o anche dopo. Succede spesso che il disturbo distimico venga diagnosticato in ritardo per la “leggerezza” della&#8230;</p>
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					<p>La Distimia, o <strong>Disturbo Distimico</strong>, è un disturbo dell’umore, viene definita come una depressione cronica più lieve nei sintomi rispetto alla depressione maggiore, ma <strong>duratura nel tempo</strong>.</p><h3><strong>Quando appare </strong></h3><p>L’esordio della distimia può avvenire <strong>prima dei 21 anni o anche dopo</strong>. Succede spesso che il disturbo distimico venga diagnosticato in ritardo per la “leggerezza” della manifestazione dei sintomi. È possibile che la persona affetta da distimia non ne sia consapevole del tutto, credendo che le difficoltà e i disagi siano segno del proprio carattere e del proprio essere, fintanto che non vengono riconosciuti e diagnosticati da un professionista.</p><p>É bene non sottovalutare la distimia perché potrebbe cronicizzarsi con conseguenze quali, ad esempio, una qualità della vita inferiore, oppure la manifestazione di un vero e proprio Disturbo Depressivo Maggiore. Altre conseguenze possono essere lo sviluppo di disturbi d’ansia o altri disordini dell’umore, abuso di sostanze, difficoltà relazionali e conflitti familiari, difficoltà scolastiche e lavorative, pensieri o comportamenti autolesivi e suicidari, disordini di personalità o altri disordini mentali.</p><h3><strong>Come si manifesta</strong></h3><p>La distimia si presenta per almeno due anni, alcuni sintomi depressivi quasi tutti i giorni, la maggior parte del giorno.</p><p>La distimia si manifesta con:</p><ul><li>insonnia o ipersonnia (si dorme meno o di più del solito);</li><li>scarso appetito o iperfagia;</li><li>bassa autostima, sentimenti di insicurezza, inadeguatezza, inefficienza, autosvalutazione;</li><li>difficoltà di concentrazione e di prendere decisioni;</li><li>sconforto, tristezza, disperazione, pessimismo;</li><li>faticabilità e scarsa energia.</li></ul><p>I <strong>sintomi </strong>sono identici a quelli della depressione clinica ma di gran lunga <strong>più tenui e perduranti nel tempo</strong> e non è detto che si manifestino tutti assieme.</p><p>La distimia comporta una minore compromissione delle relazioni sociali e delle attività lavorative, è però molto più duratura nel tempo e provoca ugualmente sofferenza, rispetto alla depressione maggiore.</p><h3><strong>I pensieri più comuni in chi soffre di distimia</strong></h3><p>Qui sotto elenchiamo alcune cognizioni che caratterizzano i soggetti sofferenti di depressione, che possono essere utili anche a chi soffre di distimia per iniziare con una presa di consapevolezza del disturbo:</p><ul><li><strong><em>Ruminazione mentale</em></strong>: continuo e ripetitivo farsi domande su nascita e conseguenze delle proprie criticità, con attenzione assoluta al passato. La ruminazione, infatti, è centrale nel mantenimento dello stato depressivo in quanto non permette di pensare al futuro e di sviluppare strategie per fronteggiare le difficoltà.</li><li><strong><em>Ritiro sociale</em></strong>: diminuzione o evitamento degli eventi sociali, delle routine quotidiana e degli esercizi. Di fondo il soggetto crede di non essere capace, e che lo sforzo non varrà mai la pena. Lo stesso “evitamento” alimenta l’umore depresso.</li><li><strong><em>Autovalutazione negativa</em></strong>: il soggetto in tutte le situazioni di svaluta, critica, si sente incompetente, indegno, inadeguato nella gestione della quotidianità.</li><li><strong><em>Negatività</em></strong><strong>:</strong> modalità in cui il soggetto tende a fare previsioni negative sul mondo e sul futuro, a criticarsi  di continuo e a prestando attenzione esclusivamente ad aspetti che &#8220;non ci sono”  per essere felici.</li></ul><p><strong>Cura e terapia</strong></p><p>Oltre ad un trattamento farmacologico specifico che va somministrato da uno specialista psichiatra, risulta particolarmente indicato intraprendere un <strong>percorso psicoterapeutico</strong>.</p><p>Attraverso l’utilizzo della <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-cognitivo-comportamentale-cbt/"><strong>Terapia Cognitivo-Comportamentale</strong></a> (TCC) la persona prende <strong>consapevolezza dei circoli viziosi che tengono in vita e peggiorano la malattia</strong>, apprende a lasciar andare la vecchia modalità di pensieri e azioni passo dopo passo, attraverso la sostituzione di comportamenti e cognizioni più funzionali per il paziente.</p><p>Essendo la distimia un disturbo cronico, la TCC prevede un <strong>focus mirato rispetto agli schemi di pensiero, emotivi e comportamentali e alla relazione che la persona ha con essi</strong>.</p><p>Oltre alla TCC, risultano efficaci anche altri approcci o protocolli di terza generazione, come la <strong><a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/schema-therapy/">Schema Therapy</a></strong>, la <strong>Mindfulness</strong> e la <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-focalizzata-sulla-compassione/"><strong>Terapia Focalizzata sulla Compassione</strong></a>.</p><h4> </h4><h4><strong>Bibliografia</strong></h4><p>I disturbi depressivi: diagnosi e trattamenti efficaci – Rainone A., Giacobazzi D. in “Gli approcci cognitivi alla depressione”, a cura di Rainone A., Mancini F. – FrancoAngeli, 2004.</p><p>La dimensione cognitiva dei disturbi dell’umore – Mancini F., Rainone A. in Trattato Italiano di Psichiatria, Terza Edizione, a cura di Cassano B.G., Tundo A., Elsevier Masson, 2008.</p><p>La Depressione – Rainone A., Mancini F. in “Elementi di Psicoterapia Cognitiva”, a cura di Perdighe C., Mancini F. – Giovanni Fioriti Ed., 2010.</p><p>https://www.apc.it/disturbi/adulto/distimia/distimia-cause-sintomi-cura/</p>					</div>
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		<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/il-disturbo-distimico-o-distimia/">Il Disturbo Distimico o Distimia</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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		<title>Le caratteristiche della fobia sociale</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/le-caratteristiche-della-fobia-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 18:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ansia sociale]]></category>
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		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
		<category><![CDATA[vergogna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Fobia Sociale, detta anche Disturbo d’Ansia Sociale, è un disturbo che si trova nel capitolo dei disturbi d’ansia del DSM-5 (APA, 2013). La fobia sociale è un disturbo caratterizzato da paura molto intensa che riguarda una o più situazioni sociali ben specifiche (ad es. parlare in pubblico, mangiare in pubblico etc.). Spesso le cause&#8230;</p>
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					<p>La Fobia Sociale, detta anche Disturbo d’Ansia Sociale, è un disturbo che si trova nel capitolo dei disturbi d’ansia del DSM-5 (APA, 2013).</p><p>La fobia sociale è un disturbo caratterizzato da paura molto intensa che riguarda una o più situazioni sociali ben specifiche (ad es. parlare in pubblico, mangiare in pubblico etc.).</p><p>Spesso le <strong>cause</strong> della fobia sociale riguardano <strong>comportamenti acquisiti</strong> (ad es. avere sperimentato situazioni pubbliche umilianti, essere stato oggetto di aggressione etc.) <strong>oltre a pensieri disfunzionali relativi a sé stessi e agli altri</strong>.</p><h3>Le caratteristiche</h3><p>La caratteristica principale della fobia sociale è l’intensa <strong>paura o ansia di situazioni sociali in cui un soggetto può essere osservato da altre persone</strong>. Chi soffre di fobia sociale, infatti, vive reazioni emotive intense collegate ad alcuni contesti sociali, nei quali il soggetto ha <strong>paura di essere giudicato in modo negativo e teme di sperimentare vergogna</strong>. In genere la paura collegata alla fobia sociale è quella di essere visti come persone deboli, ansiose, non equilibrate, stupide, noiose o comunque giudicate negativamente. </p><p>A questi sintomi viene data un’interpretazione negativa perché diventano un modo attraverso il quale la vergogna che si sta provando risulta visibile all’altro e diventa dunque essa stessa oggetto di vergogna (<strong>meta-vergogna</strong>).</p><p>La paura porta ad evitare luoghi e situazioni che potrebbero attivare i sintomi ansiosi. La persona così riduce sempre di più le attività, i luoghi e le situazioni quotidiane, innescando un <strong>circolo vizioso</strong> che porta ad un peggioramento del quadro fobico e a una importante riduzione della qualità di vita. Tali circoli viziosi sono alla base del mantenimento della problematica.</p><h3>I sintomi</h3><p>I tipici sintomi del Disturbo d’Ansia Sociale sono:</p><ul><li>paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile giudizio degli altri, come essere osservati o eseguire prestazioni di fronte ad altri;</li><li>l’individuo teme che agirà in modo tale da essere criticato o manifesterà sintomi di ansia che saranno valutati negativamente;</li><li>le situazioni sociali temute provocano quasi invariabilmente paura o ansia;</li><li>le situazioni sociali sono evitate oppure sopportate con paura o ansia intense;</li><li>la paura o l’ansia risultano sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta dalla situazione sociale e dal contesto socioculturale;</li><li>la paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente 6 mesi o più.</li></ul><h3>Quali sono le principali preoccupazioni?</h3><p>Le preoccupazioni che le persone con fobia sociale sperimentano fanno riferimento al temere che:</p><ul><li>le loro prestazioni o azioni appariranno agli occhi degli altri inadeguate e/o ridicole;</li><li>la loro ansia sarà evidente per il fatto che gli potrebbe capitare di sudare, arrossire, vomitare a causa della tensione, tremare o parlare con voce flebile e incerta e che tutti si accorgeranno di ciò e li osserveranno e giudicheranno;</li><li>potrebbero perdere il filo del discorso e non ricordare più nulla di ciò che avevano da dire o che non riusciranno a trovare le parole per esprimersi;</li><li>potrebbero apparire come una persona debole di carattere, eccessivamente dipendente dal giudizio degli altri, disposta alla sottomissione.</li></ul><h3>I meccanismi che mantengono il problema</h3><p>La persona si impegna sistematicamente ad evitare le brutte figure (non dare segni di vergogna). Il sollievo che derida dall’evitare la situazione temuta, però, è solo momentaneo. Nel lungo termine, infatti, tali meccanismi di evitamento tendono a mantenere il problema, ingigantendolo sempre di più.</p><p>I comportamenti maggiormente messi in atto, in modo più o meno marcato sono:</p><ul><li><strong>l’evitamento di situazioni, comportamenti, luoghi, contesti, persone</strong> che possono elicitare le situazioni temute;</li><li><strong>tentativi di minimizzare e/o nascondere il proprio disagio, la propria ansia</strong> <strong>e vergogna </strong>(comportamenti protettivi), al fine di non apparire inadeguati (riuscendoci peraltro spesso solo parzialmente o per niente).</li></ul><h3>La terapia</h3><p>Secondo diverse linee guida internazionali la <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-cognitivo-comportamentale-cbt/"><span style="text-decoration: underline;">psicoterapia cognitivo-comportamentale</span> </a>è uno dei trattamenti più efficaci per la cura della <strong>fobia sociale</strong>. <br /><br /></p><p>Lo <strong>scopo della terapia</strong> è quello di aiutare la persona a ridurre la sintomatologia ansiosa, il timore del giudizio degli altri e il bisogno di riconoscimento. Inoltre, è importante imparare a controllare il rimuginio anticipatorio sulle proprie prestazioni, ridurre il timore di mostrare ansia e la vergogna, e ridurre, altresì, i meccanismi che mantengono l’ansia come i comportamenti di controllo dell’ansia e gli evitamenti delle situazioni sociali spaventevoli.</p><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>American Psychiatric Association. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta Edizione. A cura di Biondi M. Raffaello Cortina Editore, Milano 2014.</p><p>Cieri L. (2010). La fobia sociale. In Perdighe C. e Mancini F. (a cura di). Elementi di psicoterapia cognitiva (II ed.). Giovanni Fioriti Editore.</p><p>Marsigli, N. (a cura di) (2018). Stop all’ansia sociale. Strategie per controllare e gestire la timidezza. Trento: Erickson</p><p>Procacci, M., Popolo, R., &amp; Marsigli, N. (2010). Ansia e ritiro sociale. Valutazione e trattamento. Milano: Raffaello Cortina Editore</p>					</div>
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		<title>Come si affronta un&#8217;esperienza traumatica in terapia?</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/come-si-affronta-unesperienza-traumatica-in-terapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Feb 2021 07:58:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[emdr]]></category>
		<category><![CDATA[imagery]]></category>
		<category><![CDATA[schema therapy]]></category>
		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
		<category><![CDATA[terapia metacognitivo interpersonale]]></category>
		<category><![CDATA[terapia sensomotoria]]></category>
		<category><![CDATA[trauma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Purtroppo, nella vita di ognuno di noi può capitare di vivere direttamente o di aver assistito ad eventi traumatici o fortemente stressanti. Esistono traumi che si possono definire “con la T maiuscola” che minacciano la nostra incolumità come calamità naturali, incidenti stradali, aggressioni, abusi, violenze, omicidi o suicidi di persone care, diagnosi infauste, aborti, etc.&#8230;</p>
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					<p>Purtroppo, nella vita di ognuno di noi può capitare di vivere direttamente o di aver assistito ad eventi traumatici o fortemente stressanti.</p><p>Esistono<strong> traumi </strong>che si possono definire “<strong>con la T maiuscola</strong>” che <strong>minacciano la nostra incolumità</strong> come calamità naturali, incidenti stradali, aggressioni, abusi, violenze, omicidi o suicidi di persone care, diagnosi infauste, aborti, etc. Possono essere decritti come <strong>eventi “spartiacque” </strong>che hanno definito un cambiamento nella persona che si percepisce diversa dal prima e dopo evento.</p><p>Ma vi sono anche <strong>traumi “con la t minuscola”</strong>, <strong>esperienze precoci</strong> che sembrano oggettivamente poco rilevanti, ma che <strong>possono avere forti ripercussioni soprattutto se ripetute nel tempo o subite in momenti di particolare vulnerabilità o nell&#8217;infanzia</strong>. Traumi con la t minuscola possono essere: atti di bullismo vissuti in età adolescenziale, aver assistito a conflitti familiari accesi, subito rimproveri costanti ed eccessivi, abbandoni o minacce di abbandono, aver subito violenza verbale e/o fisica, essere stati umiliati in classe davanti ai compagni, etc.</p><p>Per i traumi con la t minuscola, molto frequentemente non si hanno ricordi chiari di episodi specifici ma solo <strong>sensazioni o ricordi molto vaghi</strong> e nella vita di tutti i giorni si possono manifestare malesseri generali quali: attacchi di panico, ossessioni, fobie, dolori cronici, ansia, depressione, somatizzazioni, senso di insoddisfazione, nervosismo, agitazione interna, facile litigiosità, sensazione costante di non sentirsi mai compresi, sensazione cronica di solitudine e abbandono, esperienze di rifiuto, trascuratezza, etc., attivati da situazioni emotivamente simili a quelle vissute nel passato.</p><p>In alcuni casi, nelle persone che hanno subìto o hanno assistito a un evento traumatico, catastrofico o violento, oppure che sono venute a conoscenza di un’esperienza traumatica accaduta a una persona cara può svilupparsi il <strong>Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD)</strong>, una sintomatologia invalidante che emerge dopo il trauma o dopo mesi dall’evento.</p><h3><strong>Trattamento del trauma</strong></h3><p>Esistono diverse terapie e tecniche utilizzate per l’elaborazione delle esperienze traumatiche. Tra le più conosciute troviamo:</p><ul><li><a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/emdr/"><strong><u>Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR)</u></strong></a>: secondo l’approccio EMDR, i ricordi traumatici quando non vengono correttamente immagazzinati in memoria, possono innescare uno schema disfunzionale permanente di emozioni, comportamenti e cognizioni. L’EMDR, quindi, riattivando il/i ricordo/i traumatici, ne permette <strong>l’integrazione nelle reti neurali</strong>. Risulta particolarmente indicato nella cura delle conseguenze dei traumi (Disturbo Post Traumatico da Stress), anche per quelli di minore entità, nei casi di traumi relazionali (bullismo, violenza subita o assistita) e di dolore cronico e somatizzazioni</li><li><strong><u>Terapia sensomotoria</u></strong>: le tecniche sensomotorie permettono di confrontarsi gradualmente, delicatamente, con i ricordi stessi attraverso la <strong>componente sensomotoria legata al ricordo</strong>, soprattutto quando è presente una forte reazione fisica. Lo scopo è quello di imparare a riconoscere le proprie reazioni corporee, emotive e cognitive in un modo curioso e non giudicante. Attraverso pratiche di <strong>consapevolezza</strong> o <em><strong>mindfulness</strong></em> si guida la persona a diventare più consapevole del proprio corpo, a imparare a seguire le proprie sensazioni fisiche e ad implementare azioni fisiche che promuovano l’autostima e la competenza oltre che affinare o apprendere come regolare i propri stati emotivi.</li><li><a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/schema-therapy/"><strong><u>Schema Therapy</u></strong></a>: l’obiettivo primario è quello di aiutare la persona a far sì che i propri <strong>bisogni emotivi primari frustrati in età evolutiva vengano soddisfatti</strong> in modo funzionale attraverso sani rapporti interpersonali. Vengono utilizzate tecniche focalizzate sulle emozioni, tecniche cognitive, tecniche comportamentali, esperenziali e la relazione terapeutica stessa tra paziente e terapeuta. Attraverso il “<em>limited reparenting</em>”, il terapeuta cerca di soddisfare quei bisogni emotivi del paziente che non sono stati soddisfatti durante l’infanzia, rispettando i limiti sani di una relazione terapeutica.</li><li><strong><u>Tecniche di <em>imagery</em> o immaginazione guidata</u></strong>: sono particolarmente <strong>indicate quando sono presenti <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/qual-e-la-differenza-tra-preoccupazioni-e-pensieri-intrusivi/">immagini intrusive</a> ricorrenti e invalidanti. </strong>Lo scopo dell’intervento è quello di diminuire la frequenza e la forza dell’immagine intrusiva, agevolando l’elaborazione emozionale e trasformando in modo costruttivo le emozioni disturbanti. Inoltre, l’intervento mira, oltre a una riduzione del numero di intrusioni delle <strong>immagini</strong>, a diminuire l&#8217;evitamento o i comportamenti di protezione messi in atto.</li><li><a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-metacognitiva-interpersonale/"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI)</strong></span></a>: integra tecniche di immaginazione guidata, tecniche corporee e sensoriali, tecniche drammaturgiche ed esperenziali, tecniche di regolazione dell’attenzione e di <em>mindfulness</em> per aiutare la persona a rielaborare esperienze interpersonali di sofferenza. Secondo la TMI gli eventi di vita traumatici e ripetuti, soprattutto riguardanti la soppressione di bisogni primari, rimangano “impregnati” nel corpo e continuano a manifestarsi nelle relazioni che instauriamo da adulti. Tali tecniche aiutano la persona a rivivere gli eventi in tutte le sue forme sensoriali, cognitive ed emotive cercando di spezzare lo schema che perpetua la sofferenza.</li></ul><p>È doveroso affermare che questi sono solo alcuni degli approcci terapeutici esistenti per il trauma.</p><p> </p><p>Dott.ssa Valentina Luciani</p><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>Shapiro (2019). EMDR. Il manuale. Principi fondamentali, protocolli e procedure. Cortina Raffaello.</p><p>Pat Ogden, K. Minton, C. Pain (2006). Il trauma e il corpo. Manuale di psicoterapia sensomotoria. Istituto di Scienze Cognitive Editore.</p><p>Jeffrey Young, Janet S. Klosko, Marjor E. Weishaar (2018). Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità. Erickson Edizioni.</p><p>Dimaggio, P. Ottavi, R. Popolo, G. Salvatore (2019). Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia Metacognitiva Interpersonale. Raffaello Cortina Editore.</p><p>Hackmann, J. Bennet-Levy, E. A. Holmes (2018). Le tecniche immaginative in terapia cognitiva. Strategie di assessment e di trattamento basate sull&#8217;imagery. Erickson Edizioni.</p>					</div>
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		<title>L&#8217;ansia per la salute: caratteristiche e sintomi</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/lansia-per-la-salute-caratteristiche-e-sintomi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2021 13:39:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia per la salute]]></category>
		<category><![CDATA[ipocondria]]></category>
		<category><![CDATA[preoccupazioni]]></category>
		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La caratteristica essenziale dell’Ansia per la salute o Ipocondria è la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una grave malattia. Questa è solitamente basata sulla errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici. L’aspetto principale dell’ipocondria è che la paura o la convinzione ingiustificate di avere una malattia&#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/lansia-per-la-salute-caratteristiche-e-sintomi/">L&#8217;ansia per la salute: caratteristiche e sintomi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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					<p>La caratteristica essenziale dell’<strong>Ansia per la salute </strong>o <strong>Ipocondria</strong> è la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una grave malattia. Questa è solitamente basata sulla errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici. L’aspetto principale dell’<strong>ipocondria</strong> è che la paura o la convinzione ingiustificate di avere una malattia persistono nonostante le rassicurazioni mediche.</p><p>Si può parlare di <strong>ansia di malattia</strong> (o <strong>paura delle malattie</strong>), ovviamente, solo se una valutazione medica completa ha escluso qualunque condizione medica che possa spiegare pienamente i segni o sintomi fisici. Può comunque esistere un’ansia eccessiva di malattia anche quando è presente una malattia organica non grave.</p><h3>Quali sono i criteri diagnostici?</h3><p>Secondo l’ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali &#8211; DSM-5 (APA, 2013), l’ipocondria è classificata all&#8217;interno dei disturbi da sintomi somatici con il nome di disturbo da ansia di malattia.</p><p>Per porre diagnosi per tale disturbo sono richiesti i seguenti criteri:</p><ol><li>Preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia.</li><li>I sintomi somatici non sono presenti o, se presenti, sono solo di lieve intensità. Se è presente un’altra condizione medica o vi è un rischio elevato di svilupparla, la preoccupazione è chiaramente eccessiva o sproporzionata.</li><li>È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e l’individuo si allarma facilmente riguardo il proprio stato di salute.</li><li>L’individuo attua eccessivi comportamenti correlati alla salute (per es., controlla ripetutamente il proprio corpo cercando segni di malattia) o presenta un evitamento disadattivo (per es., evita visite mediche e ospedali).</li><li>La preoccupazione per la malattia è presente da almeno 6 mesi, ma la specifica patologia temuta può cambiare nel corso di tale periodo di tempo.</li><li>La preoccupazione riguardante la malattia non è meglio spiegata da un altro disturbo mentale, come il disturbo da sintomi somatici, il disturbo di panico, il disturbo d’ansia generalizzata, il disturbo di dismorfismo corporeo, il disturbo ossessivo-compulsivo o il disturbo delirante, tipo somatico.</li></ol><p>La persona con ansia per la salute non riconosce la natura psicologica del suo disturbo e persevera nel cercare una spiegazione medica al suo disagio. Il timore di sviluppare una patologia medica rivela pertanto un grande senso di vulnerabilità, che sarà il target della psicoterapia.</p><h3>Sintomi</h3><p>I <strong>sintomi dell</strong><strong>’</strong><strong>ipocondria</strong> sono riconducibili a preoccupazioni nei confronti di:</p><ul><li><strong>funzioni corporee</strong> (per es. il battito cardiaco, la traspirazione o la peristalsi);</li><li><strong>alterazioni fisiche di lieve entità</strong> (per es. una piccola ferita o un occasionale raffreddore);</li><li><strong>sensazioni fisiche vaghe o ambigue</strong> (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).</li></ul><h3>Cause</h3><p>Riguardo alle probabili <strong>cause</strong> dell’ipocondria, è stato ipotizzato che <strong>malattie gravi vissute nell</strong><strong>’</strong><strong>infanzia ed esperienze pregresse di malattia di un membro della famiglia</strong> siano associate al manifestarsi dei sintomi ipocondriaci. Alcuni, invece, ritengono che questo disturbo riveli certe disposizioni, rappresentazioni e <strong>tratti di personalità della persona</strong> (per es., tendenza eccessiva al controllo).</p><h3>Esordio</h3><p>La paura delle malattie <strong>può esordire a qualunque età</strong>, ma si pensa che l’età più comune di esordio sia la prima età adulta. Il <strong>decorso è solitamente cronico</strong>, <strong>con i sintomi che vanno e vengono</strong>, ma talora si verifica una completa remissione dell’ipocondria.</p><h3>Terapia</h3><p>La forma di <strong>psicoterapia </strong>che la ricerca scientifica ha dimostrato essere più efficace per l’ansia per la salute è quella <strong>cognitivo-comportamentale</strong>. Tale terapia coinvolge attivamente il paziente nella risoluzione del disturbo e si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali.</p><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>Asmundson Gordon J. G., Taylor Steven (2018). La paura delle malattie. Affrontare e superare l&#8217;ansia per la salute e l&#8217;ipocondria. Centro Studi Erickson </p><p>Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (2014) Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano.</p>					</div>
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		<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/lansia-per-la-salute-caratteristiche-e-sintomi/">L&#8217;ansia per la salute: caratteristiche e sintomi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione: quando il dubbio ossessivo non permette di vivere la relazione</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/il-disturbo-ossessivo-compulsivo-da-relazione-quando-il-dubbio-ossessivo-non-permette-di-vivere-la-relazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Tomizza]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Feb 2021 14:16:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[compulsioni]]></category>
		<category><![CDATA[coppia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo da relazione]]></category>
		<category><![CDATA[doc]]></category>
		<category><![CDATA[docr]]></category>
		<category><![CDATA[dubbio ossessivo]]></category>
		<category><![CDATA[ossessioni]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Può capitare di chiederci se la persona che abbiamo scelto di sposare o con cui condividere la nostra vita sia veramente la persona “giusta” per noi o se il nostro/a partner ci ami come noi amiamo lui/lei. Alle volte può succedere perfino di chiederci se potevamo aspirare a qualcuno di migliore, se la persona che&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="1133" class="elementor elementor-1133" data-elementor-settings="[]">
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					<!-- wp:paragraph -->
<p>Può capitare di chiederci se la persona che abbiamo scelto di sposare o con cui condividere la nostra vita sia veramente la persona “giusta” per noi o se il nostro/a partner ci ami come noi amiamo lui/lei. Alle volte può succedere perfino di chiederci se potevamo aspirare a qualcuno di migliore, se la persona che abbiamo scelto possa offrirci la vita che desideriamo o se i nostri caratteri siano effettivamente compatibili. Altre, semplicemente ci possiamo domandare se lo amiamo o non lo amiamo?</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>Dubbi e preoccupazioni momentanee di questo tipo sono comuni e passeggeri, sono pensieri che possono comparire spesso in determinate fasi della relazione (ad es. matrimonio, convivenza), ma spesso come sono venuti se ne vanno, oppure ci possono portare a riflessioni che conducono alla fine di una relazione.</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>Per alcune persone questi <strong>dubbi possono diventare delle ossessioni, dei pensieri intrusivi sentiti in contrapposizione rispetto ai propri valori e/o alla propria esperienza soggettiva della relazione</strong>, causando sofferenza ed emozioni di vergogna e di senso di colpa e la messa in atto di comportamenti compulsivi.</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>Questo tipo di disturbo è stato categorizzato con il nome di<strong> Disturbo Ossessivo-Compulsivo da Relazione (DOC-R)</strong>. In questo articolo vedremo di che cosa si tratta e quali sono le sue caratteristiche.</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:heading {"level":4} -->
<h3>Caratteristiche del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione</h3>
<!-- /wp:heading --><!-- wp:paragraph -->
<p>Il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione ha come <strong>focus delle ossessioni le relazioni strette o intime, e in particolare quelle di tipo sentimentale</strong>.</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>Nello specifico il DOC-R incentrato sulle relazioni intime può presentarsi in due forme diverse:</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:list -->
<ul>
<li>Il <strong>DOC-R centrato sulla relazione</strong>, dove le preoccupazioni e i dubbi sono incentrati sui propri sentimenti verso il partner, i sentimenti del partner verso sé stessi e sull&#8217;adeguatezza della relazione.</li>
<li>Il <strong>DOC-R focalizzato sul partner</strong>, dove le preoccupazioni sono focalizzate sulla percezione di difetti riguardanti il partner e più precisamente possono riguardare: l&#8217;apparenza fisica, la socievolezza, la moralità, la stabilità emotiva, l&#8217;intelligenza e la competenza del proprio partner.</li>
</ul>
<!-- /wp:list --><!-- wp:paragraph -->
<p>Il DOC-R si manifesta con dubbi ossessivi e preoccupazioni concernenti la relazione sentimentale e compulsioni messe in atto per alleviare lo stress associato alla presenza e/o al contenuto delle ossessioni. Le intrusioni possono comparire in forma di pensieri, (ad es. “È quello/a giusto/a?” o “ Lui/lei non è abbastanza bello/a”), o immagini (ad es. il viso del partner), ma anche sotto forma di impulsi (ad es. lasciare il proprio partner). Di solito tali intrusioni sono egodistoniche, in quanto <strong>contraddicono i propri valori</strong> (ad es. “L&#8217;apparenza non dovrebbe essere importante per la scelta del proprio compagno”) <strong>o l&#8217;esperienza soggettiva della relazione</strong> (ad es. “Lo amo, ma non riesco a non domandarmi quali siano i miei sentimenti”). Inoltre, vengono <strong>percepite come inaccettabili e non volute</strong>, e spesso portano a provare sentimenti di <strong>vergogna</strong> e <strong>senso di colpa</strong>, in riferimento al loro contenuto e/o comparsa.</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:heading {"level":4} -->
<h3>Quali sono i meccanismi che mantengono il disturbo?</h3>
<!-- /wp:heading --><!-- wp:paragraph -->
<p>Questo disturbo può coinvolgere un&#8217;ampia gamma di <strong>comportamenti compulsivi e di risposte maladattive</strong>, volti appunto a ridurre il disagio conseguente alle interpretazioni negative riguardanti le intrusioni di tipo relazionale, ma che mantengono il disturbo. Tra questi troviamo:</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:list -->
<ul>
<li><strong>Autocritica</strong>: parlare con sé stessi in modo umiliante (ad es. &#8220;Sono egoista&#8221;, &#8220;Sono uno stupido per aver pensato in questo modo&#8221;).</li>
<li><strong>Monitoraggio degli stati interni</strong>: monitoraggio dei propri sentimenti attuali (ad es. “Che cosa sto provando in questo momento? Sono attratto dal mio partner?”), la loro forza e la loro estensione (ad esempio, “Questo sentimento è &#8220;giusto&#8221; o &#8220;forte&#8221; abbastanza?”).</li>
<li><strong>Ricerca di rassicurazione</strong>: consultarsi con amici, familiari, terapisti e persino con indovini e sensitivi.</li>
<li><strong>Checking o controlli</strong>: ricerca di informazioni sulle relazioni o sulle qualità dei partner su internet (ad es. &#8220;Non sono sicuro dei miei sentimenti&#8221;; &#8220;Non sono sicuro che il mio partner sia abbastanza intelligente&#8221;) o testare i comportamenti del partner (ad es. “Il mio partner risponde alle domande in modo intelligente? Il mio partner reagisce correttamente nelle situazioni sociali?”).</li>
<li><strong>Paragoni</strong>: confrontare le qualità del partner con altri potenziali partner (ad es. colleghi, partner delle proprie amiche, conoscenti o un&#8217;immagine interna del proprio partner ideale) o i propri sentimenti verso i partner passati.</li>
<li><strong>Neutralizzazione</strong>: tenere in mente il pensiero opposto, ricordare situazioni in cui le aspettative sono state soddisfatte, elaborare e rianalizzare le potenziali conseguenze negative di prendere una decisione sbagliata.</li>
<li><strong>Evitamenti</strong>: Evitare le situazioni sociali (ad es. incontrare determinati amici) o particolari attività di svago (ad es. guardare film romantici).</li>
</ul>
<!-- /wp:list --><!-- wp:paragraph -->
<p>Queste ossessioni associate ai comportamenti compulsivi comportano una <strong>sofferenza personale</strong> severa <strong>ma anche della coppia</strong>, e spesso hanno delle <strong>ripercussioni sul funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti della vita</strong>.</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>Come si è potuto constatare questo tipo di disturbo esula dai dilemmi che possono comparire in una determinata fase della nostra vita e dalle comuni difficoltà di coppia che si possono verificare durante il normale corso di una relazione, soprattutto durante la fase di innamoramento o prima di un impegno relazionale. Come le altre sintomatologie ossessive-compulsive, anche quelle che riguardano la relazione richiedono un <strong>trattamento psicoterapeutico</strong> quando causano un disagio significativo e inabilitante.</p>
<p> </p>
<p>Dott.ssa Valentina Tomizza</p>
<p> </p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<h4>Bibliografia:</h4>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>American Psychiatric Association (2013) <em>Diagnostic and statistical manual of mental disorders</em> (5th ed.). American Psychiatric Publishing, Washington, D.C. (Trad. it. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina, Milano 2014)</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>Doron, G., &amp; Derby, D. (2017). <em>Assessment and treatment of relationship-related OCD symptoms (ROCD): A modular approach</em>. In J. S. Abramowitz, D. McKay, &amp; E. A. Storch (Eds.), <em>The Wiley Handbook of Obsessive Compulsive Disorders</em>, 547.</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>Doron G., Derby D., &amp; Szepsenwol O. (2014). Relationship obsessive-compulsive disorder (ROCD): A conceptual framework. <em>Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders</em>, 3, 169-180.</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>Doron, G., Derby, D., Szepsenwol. O., &amp; Talmor. D. (2012a). Tainted Love: Exploring relationship-centered obsessive compulsive symptoms in two non- clinical cohorts. J<em>ournal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders</em>, 1, 16-24.</p>
<!-- /wp:paragraph --><!-- wp:paragraph -->
<p>Doron, G., Derby, D., Szepsenwol. O., &amp; Talmor. D. (2012b). Flaws and all: Exploring partner-focused obsessive-compulsive symptoms. <em>Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders</em>, 1, 234-243. </p>
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			</item>
		<item>
		<title>Terapia Metacognitiva Interpersonale: l&#8217;importanza degli schemi</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-metacognitiva-interpersonale-limportanza-degli-schemi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Talia Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 07:31:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[schemi]]></category>
		<category><![CDATA[schemi interpersonali]]></category>
		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
		<category><![CDATA[terapia metacognitivo interpersonale]]></category>
		<category><![CDATA[tmi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) è una forma di terapia cognitiva. La TMI promuove la capacità di riconoscere e dare senso alle emozioni proprie e altrui e al modo in cui esse sono correlate a pensieri e comportamenti. Questo tipo di terapia, attraverso tecniche mirate e curando in particolar modo la relazione terapeutica, mira ad&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) è una forma di terapia cognitiva. La TMI promuove la capacità di riconoscere e dare senso alle emozioni proprie e altrui e al modo in cui esse sono correlate a pensieri e comportamenti. Questo tipo di terapia, attraverso tecniche mirate e curando in particolar modo la relazione terapeutica, mira ad aiutare la persona a creare rapporti con gli altri, caratterizzati da benessere e senso di realizzazione.</p>



<p>Quante volte ti sei trovato nella vita a riaffrontare le stesse difficoltà relazionali?</p>



<p>Quante volte hai sperimentato in un litigio con il partner emozioni simili a quelle che sentivi nel rapporto con tuo padre o tua madre?&nbsp;</p>



<p>Ti è mai successo di ritrovarti in situazioni simili, che ti fanno soffrire, in seguito alla reazione ad una tua richiesta da parte di una persona per te significativa?</p>



<h2>Gli schemi</h2>



<p>Per muoversi nel mondo, entrare in relazione e costruire la nostra storia abbiamo bisogno di un sistema che ci permetta di organizzare in modo coerente tutto ciò che ci succede. Questo è ciò che avviene con gli schemi interpersonali, che hanno la funzione di attribuire senso a ciò che accade all’interno delle relazioni. Gli schemi, dunque, vengono costruiti nel tempo, grazie alle interazioni continue con “l’altro”, che può essere un genitore, un fratello, un nonno ma anche amici e conoscenti.&nbsp;</p>



<p>Come abbiamo detto, gli schemi interpersonali hanno molteplici funzioni, ma nello specifico ci aiutano a:</p>



<ol><li>Prevedere in che modo gli altri risponderanno alle nostre richieste</li><li>Selezionare informazioni importanti per noi</li><li>Decodificare ciò che sta accadendo nella relazione reale</li><li>Guidare le nostre azioni per ottenere il soddisfacimento dei nostri desideri</li><li>Orientare l’evocazione di ricordi e strutturarli in modo coerente con il nostro schema</li><li>Indurre negli altri reazioni emotive e comportamentali.</li></ol>



<h2>Gli schemi maladattivi</h2>



<p>Uno schema che funziona bene può aiutarci ad avere relazioni interpersonali davvero soddisfacenti.&nbsp;</p>



<p>Ma perché, allora, sono molte le persone che vengono in terapia lamentando difficoltà enormi nel rapporto con l’altro? Questo accade quando ci ritroviamo di fronte a schemi maladattivi.&nbsp;</p>



<p>Infatti, quando si attiva uno schema maladattivo possiamo mettere in atto azioni schema-guidate che elicitano nell’altro risposte contrarie a quelle desiderate. Facciamo un esempio concreto. Nel caso in cui desiderassimo sentirci al sicuro e temessimo, invece, che l’altro ci possa aggredire, trattare male e umiliarci, potremmo entrare in relazione con l’altro con sospetto o atteggiamenti di aggressività. La risposta dell’altro, che si sente a sua volta aggredito e vittima di sospetto, potrebbe essere una reazione vigile e sostenuta. In una condizione simile, vedremmo, quindi, avverarsi esattamente ciò che temiamo. Potremmo, però, non essere consapevoli di quanto le nostre azioni (atteggiamento aggressivo e sospettoso) abbiano influenzato la risposta dell’altro alla nostra richiesta.&nbsp;</p>



<p>Lo schema, come si può intuire dall’esempio precedente, ha una struttura ben precisa:</p>



<ul><li><em>Wish o desiderio che guida lo schema</em></li><li><em>Immagine di sé sottesa al wish</em></li><li><em>Procedura “se….allora”</em></li><li><em>Risposta dell’Altro</em></li><li><em>Risposta del sé alla risposta dell’Altro</em></li></ul>



<p>Uno schema maladattivo può presentarsi, anche, come segue: partendo da una immagine di sé per esempio di “non amabilità”, al desiderio di ricevere conforto segue una procedura “se…allora” ovvero “se mostro il mio dolore allora…” con una risposta del tipo “l’altro mi rifiuta” che attiva una risposta del sé alla risposta dell’altro “provo tristezza, mi chiudo in me stesso e sento che la mia immagine di persona non amabile viene confermata”.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2>Desideri e motivazioni che ci guidano</h2>



<p>Le motivazioni (wish) che guidano gli schemi sono frutto dell’evoluzione e possono essere uno dei seguenti sistemi:</p>



<ol><li>Attaccamento: desidero cure e protezione</li><li>Rango/agonismo/competizione: cerco riconoscimento, voglio essere apprezzato, stimato e valorizzato. Si attiva in caso di risorse limitate o se percepisco che il mio valore è stato messo in discussione.</li><li>Autonomia/esplorazione/agency: voglio conoscere il mondo, esplorare l’ambiente. Le mie idee e i miei piani hanno senso e valore e meritano di essere perseguiti.</li><li>Appartenenza al gruppo/inclusione sociale: ho bisogno di sentirmi parte di una comunità e condividere valori, rituali e pratiche.&nbsp;</li><li>Accudimento: Sono motivato a prendermi cura di chi sento essere fragile e vulnerabile.&nbsp;</li><li>Cooperazione: Desidero cooperare tra pari e raggiungere un obiettivo comune.</li><li>Sessualità/sensualità: desidero formare legami affettivi stabili.</li><li>Ricerca di sicurezza (sistema di difesa): Voglio sentirmi al sicuro e sono pronto a riconoscere minacce alla mia integrità.&nbsp;</li></ol>



<p>Uno degli scopi della Terapia Metacognitiva Interpersonale è permettere al paziente di inseguire le proprie motivazioni e accedere ad una rappresentazione nucleare di sé positiva, un sé sano, che gli permetta di costruire relazioni appaganti.&nbsp;</p>



<h2>La TMI nello studio del professionista</h2>



<p>Gli psicoterapeuti dello Studio di Psicoterapia Cognitiva sono formati in TMI e utilizzando questo approccio, quando opportuno, per lavorare sugli schemi maladattivi che si attivano in seduta e nella vita quotidiana della persona. Se sei interessato a cominciare una terapia di stampo interpersonale puoi contattarci per un appuntamento.</p>



<p>In terapia raccoglieremo episodi narrativi, promuoveremo l’accesso agli stati interni e offriremo strumenti per gestire i sintomi e regolare le emozioni. Inoltre, ottenuta una alleanza terapeutica solida, ti coinvolgeremo in immaginazioni guidate, esperimenti comportamentali, esercizi corporei e tecniche di Mindfulness. Lo scopo di questo tipo di terapia è migliorare il monitoraggio cognitivo, favorire l’agency (la consapevolezza di essere abitati da desideri, intenzioni e scopi e la capacità di mettere in atto azioni finalizzate al raggiungimento di questi scopi) e regolare l’emotività.</p>



<h3><strong>Bibliografia</strong></h3>



<p><a href="http://www.centrotmiroma.altervista.org">http://www.centrotmiroma.altervista.org</a></p>



<p>Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore. Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità – Raffaello Cortina Editore</p>



<p>Dimaggio, Ottavi, Popolo, Salvatore. Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia metacognitiva interpersonale&nbsp;– Raffaello Cortina Editore</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-metacognitiva-interpersonale-limportanza-degli-schemi/">Terapia Metacognitiva Interpersonale: l&#8217;importanza degli schemi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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		<title>Qual è la differenza tra preoccupazioni e pensieri intrusivi?</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/qual-e-la-differenza-tra-preoccupazioni-e-pensieri-intrusivi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 07:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi ansia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo]]></category>
		<category><![CDATA[doc]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[pensieri intrusivi]]></category>
		<category><![CDATA[preoccupazioni]]></category>
		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le preoccupazioni sono del tutto normali per noi essere umani. Tutti, di fronte ad un evento negativo inatteso possiamo sperimentare ansie, preoccupazioni e timori. Preoccuparsi, ci mette in uno stato di allerta e di attivazione utile ad indirizzare le nostre energie per la risoluzione o il fronteggiamento della situazione/problema (problem solving). Una sana preoccupazione e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/qual-e-la-differenza-tra-preoccupazioni-e-pensieri-intrusivi/">Qual è la differenza tra preoccupazioni e pensieri intrusivi?</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="1016" class="elementor elementor-1016" data-elementor-settings="[]">
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					<p><strong>Le preoccupazioni sono del tutto normali per noi essere umani</strong>. Tutti, di fronte ad un evento negativo inatteso possiamo sperimentare ansie, preoccupazioni e timori. Preoccuparsi, ci mette in uno <strong>stato di allerta</strong> <strong>e di attivazione</strong> <strong>utile</strong> ad indirizzare le nostre energie per la risoluzione o il fronteggiamento della situazione/problema (<em>problem solving</em>). Una <strong>sana preoccupazione e ansia</strong>, pertanto, è ciò che ci spinge ad affrontare le sfide della vita quotidiana e va vista come un’<strong>alleata </strong>nelle difficoltà.</p><p>Per alcune persone, però, il processo sano e adattivo della preoccupazione potrebbe non funzionare. Può succedere che la preoccupazione si spinga oltre un certo livello e inneschi, così, una reazione di <strong>ansia eccessiva</strong>: di conseguenza la preoccupazione <strong>non spinge più verso la risoluzione del problema</strong>, quanto più su un <strong>vortice di pensieri che blocca letteralmente l’azione</strong>.</p><p>In questo scenario di ansia e preoccupazioni molto intense e invalidanti, talvolta, può capitare che arrivino dei <strong>pensieri intrusivi</strong>, ovvero dei <strong>pensieri o immagini </strong><strong>percepiti come</strong> <strong>esterni, che non riconosciamo come parte di noi</strong>, che si sono introdotti forzatamente, contro la nostra volontà, nella nostra mente.</p><p>Questi pensieri o immagini intrusivi sono solitamente <strong>di natura catastrofica</strong>: possono riguardare la paura che succeda qualcosa a noi o a un nostro caro, come un incidente o una malattia terribilmente brutta; possono presentarsi sottoforma di “<em>flash</em>” come nel caso dei pensieri intrusivi tipici di chi ha subito un trauma (Disturbo Post Traumatico da Stress); possono riguardare la sfera alimentare e tutte le paure correlate al peso e alla forma nel corpo come nel caso delle patologie alimentari oppure un singolo elemento disarmonico del corpo come nel dismofismo corporeo; infine, possono presentarsi sottoforma di pensieri ossessivi (come nel Disturbo Ossessivo Compulsivo) la cui “irruzione” incontrollata costringe la persona a mettere in atto dei comportamenti, definiti rituali, con lo scopo di abbassare l’ansia.</p><p>Tutti possiamo avere dei pensieri intrusivi, ma non per tutti questi pensieri portano a una forma di disagio e sofferenza. Spesso, le persone che si ritrovano improvvisamente a vivere pensieri intrusivi interpretano la difficoltà nel saperli gestire come un fallimento, la prova della propria debolezza, inettitudine e inadeguatezza.</p><h3><strong>I pensieri intrusivi di tipo ossessivo: il Disturbo Ossessivo Compulsivo</strong></h3><p>I pensieri intrusivi ossessivi del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) sono particolarmente invalidanti perché solitamente sono caratterizzati da pensieri (dubbi, rimuginii, ecc.) immagini (ad esempio scene violente) o impulsi (ad esempio strangolare qualcuno) ripetitivi e persistenti, che causano un’ansia intensa o un fortissimo disagio emotivo (paura, disgusto o senso di colpa). A volte il disagio provato è descritto come una sgradevole “sensazione che c’è qualcosa che non va” o che qualcosa non sia “a posto” (<em>Not Just Right Experience</em>). Questi fenomeni mentali sono percepiti come disturbanti ed incontrollabili da chi li sperimenta.</p><p>Occasionalmente tutti possono avere dei pensieri intrusivi di tipo ossessivo (circa l’80% della popolazione generale), ma ciò che rende differente un pensiero ossessivo “comune” da quello tipico del DOC deriva dalla frequenza, meno pressante, e dalla valutazione che la persona fa delle proprie ossessioni, ovvero le persone tendenzialmente non danno loro troppa importanza e non sentono di mettere in discussione se stessi o i propri valori per il fatto di aver avuto tali pensieri.</p><p>Nel DOC, quindi, proprio perché vi è l’inaccettabilità del contenuto del pensiero, la persona cerca di ignorare o sopprimere le ossessioni attraverso dei comportamenti definiti rituali, cerimoniali o compulsioni, che hanno lo scopo di neutralizzare o sopprimere il pensiero e/o l’immagine ossessiva.</p><p>Il contenuto di questi pensieri, immagini o impulsi può variare da persona a persona. In linea generale è stato possibile identificare i seguenti tipi:</p><ul><li><em>ossessioni di contaminazione:</em> pensieri o immagini relativi al dubbio di essere entrato in contatto con sostanze contaminanti o disgustose, di solito seguiti da rituali di lavaggio;</li><li><em>ossessioni superstiziose:</em> pensieri o immagini relativi a eventi catastrofici che possono accadere a sé o ad altri se non si eseguono certi rituali;</li><li><em>ossessioni di danno:</em> pensieri o immagini riguardanti il possibile danno a sé o ad altri causato dalle proprie disattenzioni, solitamente seguiti da rituali di controllo;</li><li><em>ossessioni aggressive:</em> pensieri, immagini o impulsi di far del male ad altre persone pur non volendolo, ad esempio temere di maneggiare un coltello per la paura di non sapersi “controllare” dall’impulso di far male a qualcuno;</li><li><em>ossessioni autolesive:</em> pensieri, immagini o impulsi di far del male a sé stessi, ad esempio sentendo l’impulso di volersi buttare giù dalla finestra, pur non desiderandolo;</li><li><em>ossessioni di omosessualità:</em> pensieri, immagini o impulsi sessuali che innescano nella persona eterosessuale il dubbio di poter essere omosessuale latente;</li><li><em>ossessioni di relazione:</em> pensieri, immagini o impulsi sessuali verso altre persone che innescano dubbi sull’adeguatezza della propria relazione o del proprio partner;</li><li><em>ossessioni sessuali e di pedofilia:</em> pensieri, immagini o impulsi intrusivi di tipo sessuale, anche rivolti nei confronti di bambini che scatenano l’intensa paura di poter essere perversi o pedofili, anche se la persona non è assolutamente attratta dai bambini;</li><li><em>ossessioni religiose:</em> pensieri, immagini o impulsi blasfemi, ad esempio bestemmiare in un luogo sacro.</li></ul><p>In sintesi, quando la persona mette in relazione l’evento temuto con una <strong>propria responsabilità e la propria identità </strong>(soprattutto in termini morali), allora questo diventa critico per l’innesco del <strong>dubbio ossessivo</strong>. Quando l’ossessione si presenta, la persona tende ad attribuire<strong> un’importanza eccessiva al pensiero, sovrastimare la possibilità di controllarlo e</strong>, infine, <strong>sovrastimare la pericolosità dell’emozione associata </strong>(Mancini, 2016).</p><p>Infine, Mancini (2016), uno dei principali studiosi del DOC in Italia, afferma che poter comprendere il confine tra un pensiero intrusivo e un’ossessione è importante notare se il nostro dubbio sta assumendo le caratteristiche della <strong>scrupolosità,</strong> ossia se a conclusione di un ragionamento seguono nuovi dubbi o ragionamenti del tipo “<em>e se magari…”, “e se fossi davvero…”, “e se non fosse un ossessione…</em>”. A quel punto <strong>la ricorsività e la scrupolosità ci indicherebbero che siamo nel campo dell’ossessività</strong>.</p><p><strong>Sia che si tratti di preoccupazioni intense e invalidanti, di pensieri intrusivi o di pensieri ossessivi, la </strong><strong>Terapia Cognitivo Comportamentale </strong>risulta <strong>molto utile,</strong> aiutando innanzitutto la persona a riconoscere i pensieri, distinguere tra quelli utili e funzionali e quelli disfunzionali e irrazionali. Le tecniche utilizzate si rivelano poi ottime alleate per la loro messa in discussione al fine di riacquisire una percezione di controllo di sé più funzionale.</p><p>Dott.ssa Valentina Luciani</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p>D.A. Clark e A.T. Beck (2016). Il manuale dell&#8217;ansia e delle preoccupazioni. La soluzione cognitivo comportamentale. Positive Press.</p><p>F. Mancini (2016) La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Raffaello Cortina Editore.</p>					</div>
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		<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/qual-e-la-differenza-tra-preoccupazioni-e-pensieri-intrusivi/">Qual è la differenza tra preoccupazioni e pensieri intrusivi?</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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