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	<title>emozioni &#8211; Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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		<title>Emozioni e regolazione emotiva</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/emozioni-e-regolazione-emotiva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 May 2021 07:05:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cosa sono le emozioni? Le emozioni sono un segnale che forniscono un’informazione sul cambiamento nello stato interno o esterno della persona. Le emozioni sono fenomeni molto complessi in continua evoluzione, che comprendono un’interazione tra fattori soggettivi e oggettivi, mediate dai sistemi neurali/ormonali, che possono dare origine a esperienze affettive come sensazioni di attivazione e di piacere/dispiacere&#8230;</p>
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					<h3>Che cosa sono le emozioni?</h3><p>Le <strong>emozioni sono un segnale </strong><strong>che forniscono un’informazione</strong> sul cambiamento nello stato interno o esterno della persona.</p><p><strong>Le emozioni sono fenomeni molto complessi in continua evoluzione,</strong> che comprendono un’interazione tra fattori soggettivi e oggettivi, mediate dai sistemi neurali/ormonali, che possono dare origine a esperienze affettive come sensazioni di attivazione e di piacere/dispiacere o possono generare processi cognitivi e portare ad un’azione che può essere espressiva, finalizzata, adattiva o disfunzionale.</p><p>Il <strong>decorso temporale delle emozioni</strong> <strong>può essere</strong> estremamente <strong>differente</strong>: in alcuni casi le <strong>emozioni </strong>hanno un inizio e una fine ben definite, con un’intensità stabile nel tempo; in altri casi è più difficile definire in modo preciso il decorso temporale poiché presentano un pattern maggiormente discontinuo e fluttuante anche in termini di intensità.</p><p>Secondo la neurologia moderna, <strong>un’emozione ha una durata di 90 secondi</strong>. Però quando proviamo un’emozione non possiamo fare a meno di osservare e attivare i nostri pensieri su di essa. Quindi l’effetto scaturito dall’emozione (di per sé breve) è solitamente più duraturo e comunque inevitabile.</p><h4>A cosa servono le emozioni?</h4><p>Le emozioni ci tengono informati sullo stato di successo o fallimento, attuale o previsto, nel raggiungere i nostri scopi. <strong>Sotteso ad ogni emozione c’è pertanto uno scopo</strong>, che viene raggiunto, o minacciato, o non raggiunto.</p><p><strong>Le </strong><strong>principali funzioni</strong><strong> delle emozioni sono: </strong></p><ul><li><strong>funzione adattativa</strong><strong>, </strong>ovvero<strong> preparare il corpo all&#8217;azione</strong> è una delle funzioni emotive più importanti;</li><li><strong>funzione sociale</strong><strong>, </strong>poiché <strong>comunicano i nostri stati emotivi e esprimono il nostro stato d&#8217;animo; facilitano</strong>, inoltre, <strong>l&#8217;interazione sociale e aiutano il resto delle persone intorno a noi a predire il nostro comportamento</strong>, così come possiamo comprendere il loro;</li><li><strong>funzione motivazionale</strong><strong>,</strong> il comportamento motivato produce una risposta emotiva, e, d’altra parte determinano l&#8217;inizio di tali comportamenti, li dotano di maggiore o minore intensità e li guidano in una direzione o nell&#8217;altra.</li></ul><h3>La disregolazione emotiva vs regolazione emotiva</h3><p>Molte problematiche riportate dai pazienti in terapia riguardano la difficoltà di regolazione emotiva (<strong>disregolazione emotiva</strong>). Infatti, <strong>le emozioni vengono spesso percepite come pericolose e potenzialmente danneggianti</strong>, poiché considerate la diretta causa del proprio malessere piuttosto che la <u>conseguenza di pensieri catastrofici</u> che determinano l’emozione stessa.</p><p>Le <strong>difficoltà di regolazione emotiva</strong> possono essere dovute da molti fattori:</p><ul><li><strong>fattori biologici</strong> <strong>ormonali</strong> che rendono più difficile regolare le emozioni, ed esempio le varie fasi del ciclo mestruale nelle donne;</li><li><strong>fattori educativi</strong>, cioè la mancanza di un modello di riferimento funzionale in quanto nessuno ha mai insegnato a regolarle oppure il fallimento delle figure di accudimento nel rispondere sensibilmente ai bisogni emotivi del bambino;</li><li><strong>fattori ambientali</strong>, ovvero contesti che possono rinforzare l’elevata emotività e l’instabilità umorale;</li><li><strong>fattori culturali</strong>, spesso collegati a <strong>falsi miti e credenze erronee</strong> che possono ostacolare la capacità di regolare le emozioni, quali ad esempio: “<em>c’è un giusto modo di sentire in ogni situazione”, “se gli altri vedono come mi sento mi giudicheranno come debole”, “le emozioni negative sono dannose e distruttive”, “essere emotivo significa essere fuori controllo”, “alcune emozioni sono insensate e non andrebbero mai provate</em>”.</li></ul><p>Inoltre, tra le <strong>credenze sulle emozioni</strong> più diffuse vi sono:</p><ul><li><strong>La durata</strong>, cioè la credenza che le emozioni dureranno per un tempo indefinito. Ma avete mai provato un’emozione (positiva o negativa) che non se n’è mai andata?</li><li><strong>L’intensità</strong>, la credenza che le emozioni saranno sempre intense e non diminuiranno mai;</li><li><strong>Il controllo,</strong> la credenza che se non si riprende immediatamente il controllo di sé l’emozione aumenterà a dismisura diventando un pericolo e non sarà più possibile gestirla.</li><li><strong>Il bias del ragionamento emotivo</strong>: la credenza che uno stato emotivo rappresenti il contenuto oggettivo della realtà. Ad esempio: “<em>se sono in ansia allora c’è un pericolo</em>”, “<em>se sono arrabbiato vuol dire che ho subito un torto</em>”, “<em>se provo vergogna significa che ho fatto una figuraccia</em>”, “<em>se provo paura è perché sono veramente minacciato</em>”, ecc.</li></ul><h3>Lavorare sulla disregolazione emotiva in terapia</h3><p>Nel percorso terapeutico, risulta quindi fondamentale iniziare con un processo di <strong>psicoeducazione emotiva</strong>, cercando di comprendere le specifiche credenze relative le emozioni. Ma, risulta fondamentale anche indagare il<strong> contesto educativo familiare</strong> in cui la persona è cresciuta.</p><p>Infatti, il bambino che ha sperimentato irregolarità nelle reazioni emotive dei genitori o caregivers, ad esempio assistendo ad esplosioni immotivate di collera o che è vissuto in un ambiente familiare emotivamente disorganizzato o con gravi carenze affettive, non è in grado di costruire durante lo sviluppo uno schema emotivo coerente.  Quindi, la mancanza di legame di attaccamento con i genitori o caregivers sicuro e stabile, può essere un fattore scatenante di disregolazioni emotive che possono sfociare in sintomatologie psicologiche specifiche.</p><p>L’<strong>approccio cognitivo comportale e le altre terapie di terza generazione</strong>, come la <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-focalizzata-sulla-compassione/">Compassion Focused Therapy</a>, l’<a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/acceptance-and-commitment-therapy/">Acceptance and Commitment Therapy</a>, la Dialectical Behavior Therapy e la <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/schema-therapy/">Schema Therapy</a>, focalizzano la loro attenzione su <strong>interventi mirati alla regolazione emotiva</strong> e sul <strong>portare il tono di attivazione neuro-fisiologica all’interno della</strong> <strong>finestra di tolleranza</strong>, verso il basso quando in fase di iper-arousal e verso l’altro se in ipo-arousal.</p><p>In sintesi, valutare e comprendere la familiarità di ogni paziente con le proprie emozioni, nonché le credenze che ha maturato in merito ad esse, identificando al contempo le strategie di gestione e le credenze disfunzionali, è fondamentale per modificarle e promuoverne di più adattive, aumentando la capacità del paziente di “stare con” e accettare le proprie emozioni.</p><h4>Bibliografia:</h4><p>Robert L. Leahy, a cura di S. Gelli e G. Melli (2016). Emotional schema therapy. Credenze sulle emozioni e strategie di regolazione emozionale in terapia metacognitiva. Eclipsi.</p><p>Robert L. Leahy, Dennis Tirch, Lisa A. Napolitano (2018). La regolazione delle emozioni in psicoterapia. Guida pratica per il professionista. Erickson.</p><p>Zorzi, M., V., Girotto (2004). Fondamenti di psicologia generale. Il Mulino.</p><p><a href="https://www.stateofmind.it/tag/emozioni/">https://www.stateofmind.it/tag/emozioni/</a></p><p><a href="https://www.ipsico.it/le-emozioni-umane/">https://www.ipsico.it/le-emozioni-umane/</a></p>					</div>
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		<title>La ruminazione: quando non riusciamo a &#8220;metterci una pietra sopra&#8221;</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/la-ruminazione-quando-non-riusciamo-a-metterci-una-pietra-sopra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Tomizza]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2021 06:41:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A tutti noi è capitato di soffermarci a riflettere sulla risoluzione di un problema, su noi stessi, sulle nostre emozioni, sui nostri potenziali errori o insuccessi. Alle volte è successo che rimanessimo incastrati in questi pensieri, in un circolo vizioso, che alla fine non ha portato a nessun miglioramento del nostro stato d’animo o a&#8230;</p>
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					<p>A tutti noi è capitato di soffermarci a riflettere sulla risoluzione di un problema, su noi stessi, sulle nostre emozioni, sui nostri potenziali errori o insuccessi. Alle volte è successo che rimanessimo incastrati in questi pensieri, in un <strong>circolo vizioso</strong>, che alla fine <strong>non ha portato a nessun miglioramento del nostro stato d’animo o a nessuna soluzione del nostro problema</strong>.</p><p>Rimanere bloccati in pensieri ripetitivi e invischiati nello stato emotivo negativo che ne consegue è quello che in psicoterapia chiamiamo ruminazione.  </p><h3>Che cosa si intende per ruminazione?</h3><p>Il <strong>termine ruminazione è stato preso in prestito dalla zoologia</strong> e per la precisione dal modo di mangiare delle mucche. Questi animali possiedono, oltre allo stomaco, una sacca, chiamata rumine, dove depositano il cibo ingerito per poi riportarlo in bocca e masticarlo, ingurgitarlo, rigurgitarlo e rimasticarlo per più volte.</p><p>In psicologia indica “<span style="text-decoration: underline;">quel pensiero ripetitivo e ricorrente sui sintomi (es. stanchezza, flessione del tono dell’umore), sulle emozioni, sui problemi, sugli eventi e sugli aspetti negativi del Sé, con una particolare attenzione rivolta alle loro cause, ai loro significati e alle loro implicazioni</span>” (Watkins E. R., 2018).</p><p>La ruminazione viene considerata un <strong>processo transdiagnostico</strong>, ovvero è un <strong>meccanismo che si ritrova in molteplici disturbi</strong> e che <strong>ha un ruolo importante nell’eziologia, nel mantenimento e nelle ricadute di molteplici patologie</strong> (depressione, disturbi d’ansia, disturbo post traumatico da stress e disturbi dell’alimentazione).</p><p>In particolare tale meccanismo è considerato un <strong>elemento chiave nella depressione</strong>. Le persone depresse descrivono la ruminazione come qualcosa di non intenzionale, persistente, ripetitivo, difficile da interrompere e da controllare, che<strong> provoca un aumento di tristezza, stanchezza, sofferenza, insonnia, procrastinazione, autocritica, pessimismo, ansia e disperazione</strong>.</p><h3>Ruminare è normale?</h3><p>È importante riconoscere che tale meccanismo è una <strong>reazione comune e normale</strong>, e che nella maggior parte dei casi ha una durata breve. Ad esempio in seguito ad un lutto o ad un errore commesso è abbastanza comune ritrovarsi a ruminare, al fine di cercare di dare un senso ad un evento sconvolgente o di risolvere un problema. Le persone che invece sviluppano un disturbo, trascorrono molto più tempo e dedicano molte più energie mentali ed emotive a questo genere di attività, amplificandone i suoi effetti negativi e restandone inconsapevolmente vittime.</p><p>Possiamo anche distinguere tra una<strong> ruminazione “efficace” e una “inefficace”</strong>. Una ruminazione è utile quando si riflette sul problema, concentrandosi su una risoluzione concreta di quest’ultimo oppure, se ritenuto irrisolvibile, si decide di abbandonarlo e di dedicarsi ad attività più gratificanti e produttive. Una <strong>modalità costruttiva</strong> sarà quindi caratterizzata da uno stile di pensiero concreto, specifico e focalizzato sul problem solving (ad esempio chiedersi “come?”). Una <strong>modalità negativa</strong> di ruminare, sarà invece definita da uno stile di pensiero astratto e valutativo (ad esempio chiedersi “perché?”), e si focalizzerà sui problemi e sulle difficoltà di una situazione e non sulla ricerca di una soluzione.</p><p>Una prima domanda che possiamo provare a rispondere per capire se la modalità di pensiero che stiamo utilizzando sia del primo o del secondo tipo, è chiedersi se <strong>questo meccanismo ci stia aiutando o ci stia ostacolando a raggiungere l’obiettivo o il superamento della nostra problematica</strong>.</p><h3>Quali sono le funzioni della ruminazione?</h3><ol><li>Per comprendere le cause, i significati di eventi, emozioni e comportamenti. Può avere quindi lo <strong>scopo di ottenere una sensazione di controllo</strong>, in modo da evitare che succedano nuovamente cose spiacevoli.</li><li>Al fine di <strong>automotivarsi e spronarsi a migliorare la performance</strong>, le persone possono riflettere sulle proprie difficoltà o sui propri difetti. Se questa funzione è caratterizzata da critica a lungo termine può amplificare le proprie autovalutazioni negative.</li><li>Per <strong>pianificare e prepararsi eventi futuri</strong>, immaginando che cosa accadrà e quali potrebbero essere le eventuali reazioni. Tale modalità può portare all’evitamento del confronto diretto con la situazione attuale, se gli scenari vengono meticolosamente progettati, ma mai concretizzati.</li><li>Per <strong>evitare di diventare il tipo di persona che l’individuo teme di essere</strong>, come ad esempio avere il timore di essere una persona arrogante e ripensare a quando si è stati invadenti o egocentrici e rimproverarsi per tale comportamento.</li><li>Per <strong>distogliere l’attenzione da eventi esterni noiosi, difficili o spiacevoli</strong>, concentrandosi su un mondo interno fatto di ricordi, immagini e pensieri (sognare ad occhi aperti).</li><li>Al fine di <strong>evitare il rischio di fallimento o l’umiliazione</strong>, la ruminazione può focalizzarsi su situazioni ritenute rischiose o difficili, riflettendo su cosa potrebbe succedere, sui significati e sulle possibili conseguenze. Nel corso del tempo può portare a procrastinazione ed evitamento della situazione.</li><li>Per <strong>anticipare le critiche e le potenziali reazioni negative altrui</strong>, provando a leggere la mente dell’altro e a prevedere cosa potrebbe accadere.</li><li>Per t<strong>enere sotto controllo sensazioni ed emozioni spiacevoli</strong>, ruminando per esempio su come le proprie difficoltà siano causate dagli altri, passando quindi dalla tristezza alla rabbia.</li><li>Allo scopo di <strong>fornire scuse e razionalizzazione</strong> per il non aver cambiato idea o il non aver intrapreso un’attività, riflettendo sulle difficoltà e sui problemi.</li><li>Al fine di <strong>raccogliere prove ed argomentazioni sul perché le cose dovrebbero andare in un certo modo e trovare giustificazioni</strong> <strong>per il proprio comportamento</strong>, unitamente a standard elevati e vissuti di rabbia quando gli altri non li rispettano.</li></ol><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>Leveni, D., Michelin, P. &amp; Piacentini, D. (2018). <em>Superare la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Watkins, E. R. (2018). <em>La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Wells, A. (2018). <em>Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione</em>. Erickson, Trento.</p>					</div>
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		<title>Perché il perdono e l&#8217;accettazione sono così importanti in terapia?</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/perche-il-perdono-e-laccettazione-sono-cosi-importanti-in-terapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Apr 2021 06:56:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[acceptance and commitment therapy]]></category>
		<category><![CDATA[Accettazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’accettazione e il perdono sono due costrutti molto importanti in terapia, soprattutto nelle terapie cognitivo comportamentali di “terza onda” come l’Acceptance And Commitment Therapy (ACT). L’accettazione L’accettazione è un costrutto psicologico che si basa sulla consapevolezza che uno scopo, un obiettivo, una situazione non possono più essere perseguiti creando un conflitto interiore. Nel corso della&#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/perche-il-perdono-e-laccettazione-sono-cosi-importanti-in-terapia/">Perché il perdono e l&#8217;accettazione sono così importanti in terapia?</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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					<p>L’accettazione e il perdono sono due costrutti molto importanti in terapia, soprattutto nelle terapie cognitivo comportamentali di “terza onda” come l’<em><a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/acceptance-and-commitment-therapy/">Acceptance And Commitment Therapy</a> </em>(ACT).</p><h3>L’accettazione</h3><p>L’<strong>accettazione</strong> è un costrutto psicologico che si basa sulla consapevolezza che uno scopo, un obiettivo, una situazione non possono più essere perseguiti creando un conflitto interiore.</p><p>Nel corso della nostra vita capita di dover affrontare situazioni che non abbiamo desiderato, a situazioni difficili che ci impongono dei <strong>cambiamenti drastici nella vita</strong>. Proviamo ad esempio a pensare all’ultimo anno che abbiamo vissuto da quando è arrivato il Covid-19 e quanto abbia cambiato in modo molto potente la nostra vita. Ma in generale, ci si può trovare a dover accettare la fine di una relazione significativa, la perdita del lavoro o la diagnosi di una malattia invalidante. In altri casi, i cambiamenti possono avere un minor impatto, ma causare comunque <strong>difficoltà ad adattarci alla nuova situazion</strong>e.</p><p>L’accettazione, però, non riguarda sempre e solo eventi o cambiamenti, <strong>può implicare anche le emozioni</strong>. Tutte le emozioni hanno motivo di esistere e sono importanti per la nostra vita, ma quelle definite “negative” come la rabbia, l’ansia, la tristezza, il senso di colpa o l’invidia sono spesso respinte e non accettate. Questo dipende dalla nostra cultura, purtroppo, tendente all’inibizione emotiva e alla spasmodica ricerca della “felicità” sempre e comunque che viene suggerito come stile di vita. Non c’è niente di più sbagliato, purtroppo. Ecco perché molti dei nostri pazienti ricercano una terapia spaventati dai propri stati emotivi che definiscono “esagerati” o “non normali”. <span style="text-decoration: underline;">Gran parte del percorso terapeutico, quindi, è improntato alla conoscenza di queste emozioni, del loro significato e, soprattutto, della loro utilità, imparando a gestirle e ad accettarle nella nostra vita come alleate e non nemiche</span>.</p><p>In sintesi, l’accettazione si basa sulla nozione che, di norma<strong>, tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso e trasformando l’esperienza in qualcosa di ancora più doloroso.</strong></p><h3>Il perdono</h3><p>Il <strong>perdono</strong>, invece, è un costrutto che si riferisce a “un cambiamento prosociale verso un altro individuo che ci ha recato un danno fisico e/o morale e include la riduzione dei sentimenti negativi provati verso l’autore del danno e, in alcuni casi, l’aumento di emozioni e pensieri positivi che potrebbe tradursi in una modifica dei comportamenti nei suoi confronti” (Barcaccia e Mancini,2013).</p><p>In psicoterapia, perdonare non significa negare un torto, giustificare, rassegnarsi a subire e non significa nemmeno necessariamente riconciliarsi. <strong>Per perdono</strong>, invece, <strong>si intende la capacità di “lasciar andare</strong>” ciò che ci ha ferito nel passato, lasciando che il passato rimanga nel passato. Quando una persona perdona, identifica chiaramente il comportamento dell’altro come moralmente sbagliato, <strong>ma accetta l’altro e riconosce il suo valore intrinseco nonostante l’offesa</strong>. Inoltre, quando una persona perdona, offre ciò che può alla persona perdonata, ad esempio la propria <strong>compassione</strong> (non pena!). Con la riconciliazione, invece, entrambi i protagonisti devono fare la propria parte per ripristinare la situazione, in particolare colui che ha sbagliato deve fare dei passi avanti per ristabilire la fiducia. Pertanto, <strong>è possibile perdonare anche senza riconciliarsi</strong>.</p><p>Spesso le persone rimangono intrappolate nei ricordi dolorosi che impediscono di concentrarsi e vivere il presente. Si parla di <u>rancore</u> quando la <strong>rabbia</strong> è rivolta verso l’altro, a coloro che hanno causato la propria sofferenza. Ma la rabbia può essere rivolta anche a sé stessi: il <u>rimorso</u> per le scelte prese o non prese oppure gli errori fatti o che si pensa di aver commesso. Si possono provare infatti <strong>emozioni altamente negative verso di sé </strong>(ad es. <strong>rabbia, senso di colpa, vergogna</strong>) dopo aver percepito di aver ferito qualcun altro o di aver violato i propri standard morali.</p><h3>Accettazione e perdono in  terapia</h3><p>Quindi, nel percorso terapeutico risulta molto importante <strong>accettare gli eventi accaduti, seppur dolorosi e che hanno condizionato in modo indelebile la propria vita, e accettare le proprie emozioni, senza mai giudicarle o negarsi di viverle</strong>.</p><p>Nei casi in cui è presente una forte<strong> autocritica</strong> sarà molto importante <strong>allenarsi a sviluppare una voce interiore più sana e compassionevole</strong>, che possa imparare a perdonare, a perdonarsi e lasciare andare il passato affinché il presente possa dare il meglio e il futuro possa essere più soddisfacente.</p><p>Dott.ssa Valentina Luciani</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p>Barcaccia B. Mancini F. (2013). Teoria e clinica del perdono. Raffaello Cortina Editore.</p>					</div>
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		<title>Quel rapporto complesso tra emozioni ed alimentazione</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/quel-rapporto-complesso-tra-emozioni-ed-alimentazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 11:05:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’emozione altro non è che comunicazione. La comunicazione della nostra componente emotiva verso la nostra mente. Nell’uomo la ricerca del cibo è governata da due principali sensazioni: la fame e l’appetito. Per “fame” intendiamo un’esigenza fisiologica ed essenziale alla nostra sopravvivenza. Abbiamo bisogno di mangiare per poter fornire al nostro corpo l’energia necessaria per muoversi,&#8230;</p>
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					<p><strong>L’emozione altro non è che comunicazione.</strong> La comunicazione della nostra componente emotiva verso la nostra mente.</p><p>Nell’uomo <strong>la ricerca del cibo è governata da due principali sensazioni: la fame e l’appetito</strong>.</p><p>Per “fame” intendiamo un’esigenza fisiologica ed essenziale alla nostra sopravvivenza. Abbiamo bisogno di mangiare per poter fornire al nostro corpo l’energia necessaria per muoversi, ragionare, vivere.</p><p><strong>La fame è regolata da stimoli interni</strong> quali la sensazione di “stomaco vuoto”, l’ipoglicemia e l’ormone della fame <em>grelina</em>, che incrementa dopo alcune ore di digiuno. Questi <strong>segnali</strong>, del tutto <strong>fisiologici</strong>, portano alla ricerca del cibo in maniera graduale e aspecifica: la fame aumenta pian piano e qualunque alimento (carne, pesce, insalata…) soddisfa la nostra necessità.</p><p><strong>L’appetito lascia spazio invece alla componente emotiva</strong>. Rappresenta la <strong>voglia ed il desiderio di mangiare</strong> e può essere innescato dal colore, dall’odore del cibo o da specifici stati d’animo ed emozioni. Pensare o vedere il cibo può innescare il desiderio di mangiare in maniera improvvisa e altamente specifica. Si ha voglia di un particolare alimento, solitamente ricco in zuccheri e grassi, nutrienti che scatenano il rilascio nel corpo di sostanze chimiche piacevoli, come la serotonina, l’ormone del piacere e della felicità. Ecco perché un’insalatina non soddisfa l’appetito, almeno nella maggior parte dei casi.</p><p>Un esempio? Il cioccolato! Quando lo mangiamo proviamo un’intensa sensazione di piacere data dalla presenza dell’amminoacido triptofano, precursore della serotonina. Inoltre, è stato riscontrato che il piacere derivante dal cioccolato scaturisce anche dall’esperienza sensoriale che ne deriva. Il cioccolato è infatti uno dei pochi alimenti che fonde alla temperatura della bocca, effetto che ne intensifica il sapore e, di conseguenza, la sensazione di piacere. Le caratteristiche perfette per soddisfare le emozioni negative.</p><p>Per rendere più chiaro questo concetto è stato coniato il termine “<strong>fame emotiva</strong>”, per rappresentare una fame guidata dalle emozioni e non dalle necessità dell’organismo. <strong>La nostra mente elabora intensi desideri per mettere a tacere sentimenti</strong>, per lo più negativi, come la noia, la rabbia, la tristezza, lo stress, l’ansia, la scarsa autostima.</p><h3>I mangiatori emotivi</h3><p>I mangiatori emotivi mangiano in risposta alle emozioni. <strong>Esistono diversi tipi di mangiatori emotivi</strong>, che possono essere suddivisi in particolari categorie sulla base dell’emozione che guida la ricerca del cibo.</p><p>I <strong>mangiatori <em>TRISTI</em></strong>: mangiano per allontanare sensazioni di perdita e abbandono, utilizzando quindi il cibo per dimenticare il problema.</p><p>I <strong>mangiatori <em>ANNOIATI</em></strong>: mangiano per insoddisfazione nei confronti della vita. Lo stomaco viene riempito per colmare una sensazione di vuoto.</p><p>I <strong>mangiatori <em>ARRABBIATI</em></strong>: frustrazione, risentimento, gelosia, indignazione sono tutti stati d’animo che possono scatenare rabbia. In questi casi il cibo funge da metodo di soddisfazione dei propri bisogni.</p><p>I <strong>mangiatori <em>CELEBRATIVI</em></strong>: ogni evento positivo è un buon motivo per abusare con il cibo. Per questi mangiatori risulta quasi impossibile gioire per un evento senza mangiare o bere in eccesso.</p><p>Utilizzare saltuariamente il cibo per sentirsi meglio non è di per sé una cosa sbagliata, ma può diventare problematico se apriamo il frigorifero o la credenza ogni qual volta proviamo una forte emozione. È l’indicazione che non riusciamo ad elaborare e gestire correttamente i nostri stati d’animo, ed è lì che è <strong>necessario prendere consapevolezza</strong> che la terapia psicologica, in particolar modo <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-cognitivo-comportamentale-cbt/">cognitivo-comportamentale</a>, rappresenta la via d’uscita per controllare la fame emotiva e riprendere il controllo delle nostre emozioni. A questo è necessario affiancare un <strong>percorso nutrizionale bilanciato e mai restrittivo</strong>, dal momento che i regimi alimentari restrittivi rappresentano una delle prime cause scatenanti un disturbo alimentare.</p><p>Impariamo a non mangiare le nostre emozioni ma a viverle!</p><p> </p><p>Dott.ssa Valentina Romano</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p><a href="https://www.helpguide.org/articles/diets/emotional-eating.htm">https://www.helpguide.org/articles/diets/emotional-eating.htm</a></p><p>Cheung L. “Savor: Mindful Eating, Mindful Life”, HarperOne, 2011</p><p>“Come funziona il cibo”. Gribaudo 2019</p>					</div>
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		<title>Qual è la differenza tra preoccupazioni e pensieri intrusivi?</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/qual-e-la-differenza-tra-preoccupazioni-e-pensieri-intrusivi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 07:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi ansia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le preoccupazioni sono del tutto normali per noi essere umani. Tutti, di fronte ad un evento negativo inatteso possiamo sperimentare ansie, preoccupazioni e timori. Preoccuparsi, ci mette in uno stato di allerta e di attivazione utile ad indirizzare le nostre energie per la risoluzione o il fronteggiamento della situazione/problema (problem solving). Una sana preoccupazione e&#8230;</p>
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					<p><strong>Le preoccupazioni sono del tutto normali per noi essere umani</strong>. Tutti, di fronte ad un evento negativo inatteso possiamo sperimentare ansie, preoccupazioni e timori. Preoccuparsi, ci mette in uno <strong>stato di allerta</strong> <strong>e di attivazione</strong> <strong>utile</strong> ad indirizzare le nostre energie per la risoluzione o il fronteggiamento della situazione/problema (<em>problem solving</em>). Una <strong>sana preoccupazione e ansia</strong>, pertanto, è ciò che ci spinge ad affrontare le sfide della vita quotidiana e va vista come un’<strong>alleata </strong>nelle difficoltà.</p><p>Per alcune persone, però, il processo sano e adattivo della preoccupazione potrebbe non funzionare. Può succedere che la preoccupazione si spinga oltre un certo livello e inneschi, così, una reazione di <strong>ansia eccessiva</strong>: di conseguenza la preoccupazione <strong>non spinge più verso la risoluzione del problema</strong>, quanto più su un <strong>vortice di pensieri che blocca letteralmente l’azione</strong>.</p><p>In questo scenario di ansia e preoccupazioni molto intense e invalidanti, talvolta, può capitare che arrivino dei <strong>pensieri intrusivi</strong>, ovvero dei <strong>pensieri o immagini </strong><strong>percepiti come</strong> <strong>esterni, che non riconosciamo come parte di noi</strong>, che si sono introdotti forzatamente, contro la nostra volontà, nella nostra mente.</p><p>Questi pensieri o immagini intrusivi sono solitamente <strong>di natura catastrofica</strong>: possono riguardare la paura che succeda qualcosa a noi o a un nostro caro, come un incidente o una malattia terribilmente brutta; possono presentarsi sottoforma di “<em>flash</em>” come nel caso dei pensieri intrusivi tipici di chi ha subito un trauma (Disturbo Post Traumatico da Stress); possono riguardare la sfera alimentare e tutte le paure correlate al peso e alla forma nel corpo come nel caso delle patologie alimentari oppure un singolo elemento disarmonico del corpo come nel dismofismo corporeo; infine, possono presentarsi sottoforma di pensieri ossessivi (come nel Disturbo Ossessivo Compulsivo) la cui “irruzione” incontrollata costringe la persona a mettere in atto dei comportamenti, definiti rituali, con lo scopo di abbassare l’ansia.</p><p>Tutti possiamo avere dei pensieri intrusivi, ma non per tutti questi pensieri portano a una forma di disagio e sofferenza. Spesso, le persone che si ritrovano improvvisamente a vivere pensieri intrusivi interpretano la difficoltà nel saperli gestire come un fallimento, la prova della propria debolezza, inettitudine e inadeguatezza.</p><h3><strong>I pensieri intrusivi di tipo ossessivo: il Disturbo Ossessivo Compulsivo</strong></h3><p>I pensieri intrusivi ossessivi del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) sono particolarmente invalidanti perché solitamente sono caratterizzati da pensieri (dubbi, rimuginii, ecc.) immagini (ad esempio scene violente) o impulsi (ad esempio strangolare qualcuno) ripetitivi e persistenti, che causano un’ansia intensa o un fortissimo disagio emotivo (paura, disgusto o senso di colpa). A volte il disagio provato è descritto come una sgradevole “sensazione che c’è qualcosa che non va” o che qualcosa non sia “a posto” (<em>Not Just Right Experience</em>). Questi fenomeni mentali sono percepiti come disturbanti ed incontrollabili da chi li sperimenta.</p><p>Occasionalmente tutti possono avere dei pensieri intrusivi di tipo ossessivo (circa l’80% della popolazione generale), ma ciò che rende differente un pensiero ossessivo “comune” da quello tipico del DOC deriva dalla frequenza, meno pressante, e dalla valutazione che la persona fa delle proprie ossessioni, ovvero le persone tendenzialmente non danno loro troppa importanza e non sentono di mettere in discussione se stessi o i propri valori per il fatto di aver avuto tali pensieri.</p><p>Nel DOC, quindi, proprio perché vi è l’inaccettabilità del contenuto del pensiero, la persona cerca di ignorare o sopprimere le ossessioni attraverso dei comportamenti definiti rituali, cerimoniali o compulsioni, che hanno lo scopo di neutralizzare o sopprimere il pensiero e/o l’immagine ossessiva.</p><p>Il contenuto di questi pensieri, immagini o impulsi può variare da persona a persona. In linea generale è stato possibile identificare i seguenti tipi:</p><ul><li><em>ossessioni di contaminazione:</em> pensieri o immagini relativi al dubbio di essere entrato in contatto con sostanze contaminanti o disgustose, di solito seguiti da rituali di lavaggio;</li><li><em>ossessioni superstiziose:</em> pensieri o immagini relativi a eventi catastrofici che possono accadere a sé o ad altri se non si eseguono certi rituali;</li><li><em>ossessioni di danno:</em> pensieri o immagini riguardanti il possibile danno a sé o ad altri causato dalle proprie disattenzioni, solitamente seguiti da rituali di controllo;</li><li><em>ossessioni aggressive:</em> pensieri, immagini o impulsi di far del male ad altre persone pur non volendolo, ad esempio temere di maneggiare un coltello per la paura di non sapersi “controllare” dall’impulso di far male a qualcuno;</li><li><em>ossessioni autolesive:</em> pensieri, immagini o impulsi di far del male a sé stessi, ad esempio sentendo l’impulso di volersi buttare giù dalla finestra, pur non desiderandolo;</li><li><em>ossessioni di omosessualità:</em> pensieri, immagini o impulsi sessuali che innescano nella persona eterosessuale il dubbio di poter essere omosessuale latente;</li><li><em>ossessioni di relazione:</em> pensieri, immagini o impulsi sessuali verso altre persone che innescano dubbi sull’adeguatezza della propria relazione o del proprio partner;</li><li><em>ossessioni sessuali e di pedofilia:</em> pensieri, immagini o impulsi intrusivi di tipo sessuale, anche rivolti nei confronti di bambini che scatenano l’intensa paura di poter essere perversi o pedofili, anche se la persona non è assolutamente attratta dai bambini;</li><li><em>ossessioni religiose:</em> pensieri, immagini o impulsi blasfemi, ad esempio bestemmiare in un luogo sacro.</li></ul><p>In sintesi, quando la persona mette in relazione l’evento temuto con una <strong>propria responsabilità e la propria identità </strong>(soprattutto in termini morali), allora questo diventa critico per l’innesco del <strong>dubbio ossessivo</strong>. Quando l’ossessione si presenta, la persona tende ad attribuire<strong> un’importanza eccessiva al pensiero, sovrastimare la possibilità di controllarlo e</strong>, infine, <strong>sovrastimare la pericolosità dell’emozione associata </strong>(Mancini, 2016).</p><p>Infine, Mancini (2016), uno dei principali studiosi del DOC in Italia, afferma che poter comprendere il confine tra un pensiero intrusivo e un’ossessione è importante notare se il nostro dubbio sta assumendo le caratteristiche della <strong>scrupolosità,</strong> ossia se a conclusione di un ragionamento seguono nuovi dubbi o ragionamenti del tipo “<em>e se magari…”, “e se fossi davvero…”, “e se non fosse un ossessione…</em>”. A quel punto <strong>la ricorsività e la scrupolosità ci indicherebbero che siamo nel campo dell’ossessività</strong>.</p><p><strong>Sia che si tratti di preoccupazioni intense e invalidanti, di pensieri intrusivi o di pensieri ossessivi, la </strong><strong>Terapia Cognitivo Comportamentale </strong>risulta <strong>molto utile,</strong> aiutando innanzitutto la persona a riconoscere i pensieri, distinguere tra quelli utili e funzionali e quelli disfunzionali e irrazionali. Le tecniche utilizzate si rivelano poi ottime alleate per la loro messa in discussione al fine di riacquisire una percezione di controllo di sé più funzionale.</p><p>Dott.ssa Valentina Luciani</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p>D.A. Clark e A.T. Beck (2016). Il manuale dell&#8217;ansia e delle preoccupazioni. La soluzione cognitivo comportamentale. Positive Press.</p><p>F. Mancini (2016) La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Raffaello Cortina Editore.</p>					</div>
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		<title>Christmas Blues: la malinconia natalizia ai tempi del Covid</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/christmas-blues-la-malinconia-natalizia-ai-tempi-del-covid/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2020 10:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Christmas Blues]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si avvicina il Natale ma, purtroppo, non per tutti rappresenta un momento di felicità. Per alcune persone il Natale corrisponde a un periodo difficile di profonda tristezza, ansia, insonnia, pensieri negativi e mancanza di forze.  Gli americani hanno dato un nome a questa forma di tristezza: “Christmas blues”, ovvero “Malinconia da Natale”. Solitamente il periodo&#8230;</p>
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					<p>Si avvicina il Natale ma, purtroppo, non per tutti rappresenta un momento di felicità. Per alcune persone il Natale corrisponde a un periodo difficile di profonda tristezza, ansia, insonnia, pensieri negativi e mancanza di forze.  Gli americani hanno dato un nome a questa forma di tristezza: “Christmas blues”, ovvero “Malinconia da Natale”.</p><p>Solitamente il periodo natalizio è caratterizzato da molte fonti di stress, tra cui la forzatura a partecipare a riunioni di famiglia, come cene e pranzi, anche con componenti con cui non si hanno buoni rapporti; l’aumento del senso di solitudine e della tristezza per coloro che non hanno degli affetti significativi o che, al contrario, hanno da poco perso una persona cara, lasciando un vuoto indelebile; problemi economici che impediscono di godersi appieno le festività; la sofferenza derivante da problemi di salute o da separazioni/problemi relazionali tende ad acutizzarsi; l’ansia collegata all’alimentazione all’idea dei numerosi pranzi e cene e il timore di perdita di controllo; la tendenza (disfunzionale!) a fare riflessioni sull’anno appena trascorso come metro di valutazione di se stessi e dei propri obiettivi raggiunti, facendo aumentare la percezione di un senso di fallimento; l’impegno nel pensare e comprare i regali per i propri cari; turni di lavoro che impediscono di essere presenti agli eventi; affetti distanti, ecc.</p><p>Quest’anno, più di altri, questa malinconia tenderà ad essere particolarmente intensa poiché le limitazioni da Lockdown non ci permetteranno di vivere il Natale in modo usuale. Forse proprio per questo alcune persone gioveranno dal non doversi confrontare con i soliti “cerimoniali”, ma coloro che invece sentono lo spirito natalizio potrebbero accusare il colpo.</p><p>L’accumulo di tutti questi sentimenti potrebbe causare un aumento dei livelli di stress, da sommarsi a quelli già presenti alla fine dell’anno quando si attende con ansia l’arrivo delle ferie natalizie.</p><p>Quali strategie possiamo utilizzare per non sentirci sovraccaricati in questo periodo?</p><ul><li><u>Rispettare i propri limiti</u>: non obbligarsi a partecipare a tutte le attività familiari e cercare un compromesso che sia funzionale per non sentirsi sovraccaricati;</li><li><u>ricercare la condivisione</u>: cercare di non isolarsi completamente e usare la tecnologia per sentire vicini i propri cari distanti;</li><li><u>far spazio alle proprie emozioni ed accettarle</u>: sentirsi malinconici non significa essere “sbagliati” o che ci si deve uniformare forzatamente al contesto. Al contrario, ascoltare la propria tristezza e cogliere il significato del proprio Christmas blues può essere per noi prezioso, ognuno può avere la propria motivazione per sentirsi così che va validata. Più ci si sforza di apparire felici e peggio si sta. Provate a confrontarvi con persone care su ciò che sentite: condividere i propri sentimenti aiuta a lenire il senso di solitudine e permette di sviluppare resilienza;</li><li><u>lasciare il passato nel passato</u>: la ruminazione sugli eventi del passato che ci hanno causato questa sofferenza natalizia, purtroppo non aiuta a ridurre la sofferenza, così come il rumuginio ansioso non aiuta a risolvere i problemi, ma al contrario aumenta lo stato di disagio;</li><li><u>connettersi al momento presente</u>: nonostante ci che si prova possiamo allenare la mente a cogliere le sfumature positive di ciò che è presente in questo momento. Vivere nel qui ed ora aiuta a diminuire la sofferenza da rimuginio e ruminazione;</li><li><u>ricercare il contatto con la natura</u>: limitazioni permettendo, quando possibile, se è una bella giornata fare delle passeggiate in mezzo alla natura aiuta a riconnettersi con il presente;</li><li><u>coccolarsi</u>: dedicare del tempo per ciò che ci piace veramente fare e prendersi più momenti di relax e di recupero delle energie, come un bagno caldo o dedicarsi a un hobbie;</li><li><u>mantenere una routine</u>: nelle giornate di festa o se si sta in ferie per lunghi periodi è importante mantenere una routine quotidiana per aiutare corpo e mente a sentirsi attivi e a non lasciarsi andare a sentimenti negativi.</li></ul><p>In sintesi, è importante imparare a riconoscere i propri limiti, allenarsi con la propria flessibilità, ridimensionando l’importanza del periodo natalizio e provando a vivere le Feste non come una imposizione, ma come una scelta, da compiersi in modo coerente con i propri valori.</p><p>Dott.ssa Valentina Luciani</p>					</div>
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		<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/christmas-blues-la-malinconia-natalizia-ai-tempi-del-covid/">Christmas Blues: la malinconia natalizia ai tempi del Covid</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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