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	<title>Gestione Emozioni &#8211; Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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	<title>Gestione Emozioni &#8211; Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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		<title>La ruminazione: quando non riusciamo a &#8220;metterci una pietra sopra&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Tomizza]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2021 06:41:51 +0000</pubDate>
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					<p>A tutti noi è capitato di soffermarci a riflettere sulla risoluzione di un problema, su noi stessi, sulle nostre emozioni, sui nostri potenziali errori o insuccessi. Alle volte è successo che rimanessimo incastrati in questi pensieri, in un <strong>circolo vizioso</strong>, che alla fine <strong>non ha portato a nessun miglioramento del nostro stato d’animo o a nessuna soluzione del nostro problema</strong>.</p><p>Rimanere bloccati in pensieri ripetitivi e invischiati nello stato emotivo negativo che ne consegue è quello che in psicoterapia chiamiamo ruminazione.  </p><h3>Che cosa si intende per ruminazione?</h3><p>Il <strong>termine ruminazione è stato preso in prestito dalla zoologia</strong> e per la precisione dal modo di mangiare delle mucche. Questi animali possiedono, oltre allo stomaco, una sacca, chiamata rumine, dove depositano il cibo ingerito per poi riportarlo in bocca e masticarlo, ingurgitarlo, rigurgitarlo e rimasticarlo per più volte.</p><p>In psicologia indica “<span style="text-decoration: underline;">quel pensiero ripetitivo e ricorrente sui sintomi (es. stanchezza, flessione del tono dell’umore), sulle emozioni, sui problemi, sugli eventi e sugli aspetti negativi del Sé, con una particolare attenzione rivolta alle loro cause, ai loro significati e alle loro implicazioni</span>” (Watkins E. R., 2018).</p><p>La ruminazione viene considerata un <strong>processo transdiagnostico</strong>, ovvero è un <strong>meccanismo che si ritrova in molteplici disturbi</strong> e che <strong>ha un ruolo importante nell’eziologia, nel mantenimento e nelle ricadute di molteplici patologie</strong> (depressione, disturbi d’ansia, disturbo post traumatico da stress e disturbi dell’alimentazione).</p><p>In particolare tale meccanismo è considerato un <strong>elemento chiave nella depressione</strong>. Le persone depresse descrivono la ruminazione come qualcosa di non intenzionale, persistente, ripetitivo, difficile da interrompere e da controllare, che<strong> provoca un aumento di tristezza, stanchezza, sofferenza, insonnia, procrastinazione, autocritica, pessimismo, ansia e disperazione</strong>.</p><h3>Ruminare è normale?</h3><p>È importante riconoscere che tale meccanismo è una <strong>reazione comune e normale</strong>, e che nella maggior parte dei casi ha una durata breve. Ad esempio in seguito ad un lutto o ad un errore commesso è abbastanza comune ritrovarsi a ruminare, al fine di cercare di dare un senso ad un evento sconvolgente o di risolvere un problema. Le persone che invece sviluppano un disturbo, trascorrono molto più tempo e dedicano molte più energie mentali ed emotive a questo genere di attività, amplificandone i suoi effetti negativi e restandone inconsapevolmente vittime.</p><p>Possiamo anche distinguere tra una<strong> ruminazione “efficace” e una “inefficace”</strong>. Una ruminazione è utile quando si riflette sul problema, concentrandosi su una risoluzione concreta di quest’ultimo oppure, se ritenuto irrisolvibile, si decide di abbandonarlo e di dedicarsi ad attività più gratificanti e produttive. Una <strong>modalità costruttiva</strong> sarà quindi caratterizzata da uno stile di pensiero concreto, specifico e focalizzato sul problem solving (ad esempio chiedersi “come?”). Una <strong>modalità negativa</strong> di ruminare, sarà invece definita da uno stile di pensiero astratto e valutativo (ad esempio chiedersi “perché?”), e si focalizzerà sui problemi e sulle difficoltà di una situazione e non sulla ricerca di una soluzione.</p><p>Una prima domanda che possiamo provare a rispondere per capire se la modalità di pensiero che stiamo utilizzando sia del primo o del secondo tipo, è chiedersi se <strong>questo meccanismo ci stia aiutando o ci stia ostacolando a raggiungere l’obiettivo o il superamento della nostra problematica</strong>.</p><h3>Quali sono le funzioni della ruminazione?</h3><ol><li>Per comprendere le cause, i significati di eventi, emozioni e comportamenti. Può avere quindi lo <strong>scopo di ottenere una sensazione di controllo</strong>, in modo da evitare che succedano nuovamente cose spiacevoli.</li><li>Al fine di <strong>automotivarsi e spronarsi a migliorare la performance</strong>, le persone possono riflettere sulle proprie difficoltà o sui propri difetti. Se questa funzione è caratterizzata da critica a lungo termine può amplificare le proprie autovalutazioni negative.</li><li>Per <strong>pianificare e prepararsi eventi futuri</strong>, immaginando che cosa accadrà e quali potrebbero essere le eventuali reazioni. Tale modalità può portare all’evitamento del confronto diretto con la situazione attuale, se gli scenari vengono meticolosamente progettati, ma mai concretizzati.</li><li>Per <strong>evitare di diventare il tipo di persona che l’individuo teme di essere</strong>, come ad esempio avere il timore di essere una persona arrogante e ripensare a quando si è stati invadenti o egocentrici e rimproverarsi per tale comportamento.</li><li>Per <strong>distogliere l’attenzione da eventi esterni noiosi, difficili o spiacevoli</strong>, concentrandosi su un mondo interno fatto di ricordi, immagini e pensieri (sognare ad occhi aperti).</li><li>Al fine di <strong>evitare il rischio di fallimento o l’umiliazione</strong>, la ruminazione può focalizzarsi su situazioni ritenute rischiose o difficili, riflettendo su cosa potrebbe succedere, sui significati e sulle possibili conseguenze. Nel corso del tempo può portare a procrastinazione ed evitamento della situazione.</li><li>Per <strong>anticipare le critiche e le potenziali reazioni negative altrui</strong>, provando a leggere la mente dell’altro e a prevedere cosa potrebbe accadere.</li><li>Per t<strong>enere sotto controllo sensazioni ed emozioni spiacevoli</strong>, ruminando per esempio su come le proprie difficoltà siano causate dagli altri, passando quindi dalla tristezza alla rabbia.</li><li>Allo scopo di <strong>fornire scuse e razionalizzazione</strong> per il non aver cambiato idea o il non aver intrapreso un’attività, riflettendo sulle difficoltà e sui problemi.</li><li>Al fine di <strong>raccogliere prove ed argomentazioni sul perché le cose dovrebbero andare in un certo modo e trovare giustificazioni</strong> <strong>per il proprio comportamento</strong>, unitamente a standard elevati e vissuti di rabbia quando gli altri non li rispettano.</li></ol><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>Leveni, D., Michelin, P. &amp; Piacentini, D. (2018). <em>Superare la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Watkins, E. R. (2018). <em>La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Wells, A. (2018). <em>Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione</em>. Erickson, Trento.</p>					</div>
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		<title>Perché il perdono e l&#8217;accettazione sono così importanti in terapia?</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/perche-il-perdono-e-laccettazione-sono-cosi-importanti-in-terapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Apr 2021 06:56:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[acceptance and commitment therapy]]></category>
		<category><![CDATA[Accettazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’accettazione e il perdono sono due costrutti molto importanti in terapia, soprattutto nelle terapie cognitivo comportamentali di “terza onda” come l’Acceptance And Commitment Therapy (ACT). L’accettazione L’accettazione è un costrutto psicologico che si basa sulla consapevolezza che uno scopo, un obiettivo, una situazione non possono più essere perseguiti creando un conflitto interiore. Nel corso della&#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/perche-il-perdono-e-laccettazione-sono-cosi-importanti-in-terapia/">Perché il perdono e l&#8217;accettazione sono così importanti in terapia?</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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					<p>L’accettazione e il perdono sono due costrutti molto importanti in terapia, soprattutto nelle terapie cognitivo comportamentali di “terza onda” come l’<em><a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/acceptance-and-commitment-therapy/">Acceptance And Commitment Therapy</a> </em>(ACT).</p><h3>L’accettazione</h3><p>L’<strong>accettazione</strong> è un costrutto psicologico che si basa sulla consapevolezza che uno scopo, un obiettivo, una situazione non possono più essere perseguiti creando un conflitto interiore.</p><p>Nel corso della nostra vita capita di dover affrontare situazioni che non abbiamo desiderato, a situazioni difficili che ci impongono dei <strong>cambiamenti drastici nella vita</strong>. Proviamo ad esempio a pensare all’ultimo anno che abbiamo vissuto da quando è arrivato il Covid-19 e quanto abbia cambiato in modo molto potente la nostra vita. Ma in generale, ci si può trovare a dover accettare la fine di una relazione significativa, la perdita del lavoro o la diagnosi di una malattia invalidante. In altri casi, i cambiamenti possono avere un minor impatto, ma causare comunque <strong>difficoltà ad adattarci alla nuova situazion</strong>e.</p><p>L’accettazione, però, non riguarda sempre e solo eventi o cambiamenti, <strong>può implicare anche le emozioni</strong>. Tutte le emozioni hanno motivo di esistere e sono importanti per la nostra vita, ma quelle definite “negative” come la rabbia, l’ansia, la tristezza, il senso di colpa o l’invidia sono spesso respinte e non accettate. Questo dipende dalla nostra cultura, purtroppo, tendente all’inibizione emotiva e alla spasmodica ricerca della “felicità” sempre e comunque che viene suggerito come stile di vita. Non c’è niente di più sbagliato, purtroppo. Ecco perché molti dei nostri pazienti ricercano una terapia spaventati dai propri stati emotivi che definiscono “esagerati” o “non normali”. <span style="text-decoration: underline;">Gran parte del percorso terapeutico, quindi, è improntato alla conoscenza di queste emozioni, del loro significato e, soprattutto, della loro utilità, imparando a gestirle e ad accettarle nella nostra vita come alleate e non nemiche</span>.</p><p>In sintesi, l’accettazione si basa sulla nozione che, di norma<strong>, tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso e trasformando l’esperienza in qualcosa di ancora più doloroso.</strong></p><h3>Il perdono</h3><p>Il <strong>perdono</strong>, invece, è un costrutto che si riferisce a “un cambiamento prosociale verso un altro individuo che ci ha recato un danno fisico e/o morale e include la riduzione dei sentimenti negativi provati verso l’autore del danno e, in alcuni casi, l’aumento di emozioni e pensieri positivi che potrebbe tradursi in una modifica dei comportamenti nei suoi confronti” (Barcaccia e Mancini,2013).</p><p>In psicoterapia, perdonare non significa negare un torto, giustificare, rassegnarsi a subire e non significa nemmeno necessariamente riconciliarsi. <strong>Per perdono</strong>, invece, <strong>si intende la capacità di “lasciar andare</strong>” ciò che ci ha ferito nel passato, lasciando che il passato rimanga nel passato. Quando una persona perdona, identifica chiaramente il comportamento dell’altro come moralmente sbagliato, <strong>ma accetta l’altro e riconosce il suo valore intrinseco nonostante l’offesa</strong>. Inoltre, quando una persona perdona, offre ciò che può alla persona perdonata, ad esempio la propria <strong>compassione</strong> (non pena!). Con la riconciliazione, invece, entrambi i protagonisti devono fare la propria parte per ripristinare la situazione, in particolare colui che ha sbagliato deve fare dei passi avanti per ristabilire la fiducia. Pertanto, <strong>è possibile perdonare anche senza riconciliarsi</strong>.</p><p>Spesso le persone rimangono intrappolate nei ricordi dolorosi che impediscono di concentrarsi e vivere il presente. Si parla di <u>rancore</u> quando la <strong>rabbia</strong> è rivolta verso l’altro, a coloro che hanno causato la propria sofferenza. Ma la rabbia può essere rivolta anche a sé stessi: il <u>rimorso</u> per le scelte prese o non prese oppure gli errori fatti o che si pensa di aver commesso. Si possono provare infatti <strong>emozioni altamente negative verso di sé </strong>(ad es. <strong>rabbia, senso di colpa, vergogna</strong>) dopo aver percepito di aver ferito qualcun altro o di aver violato i propri standard morali.</p><h3>Accettazione e perdono in  terapia</h3><p>Quindi, nel percorso terapeutico risulta molto importante <strong>accettare gli eventi accaduti, seppur dolorosi e che hanno condizionato in modo indelebile la propria vita, e accettare le proprie emozioni, senza mai giudicarle o negarsi di viverle</strong>.</p><p>Nei casi in cui è presente una forte<strong> autocritica</strong> sarà molto importante <strong>allenarsi a sviluppare una voce interiore più sana e compassionevole</strong>, che possa imparare a perdonare, a perdonarsi e lasciare andare il passato affinché il presente possa dare il meglio e il futuro possa essere più soddisfacente.</p><p>Dott.ssa Valentina Luciani</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p>Barcaccia B. Mancini F. (2013). Teoria e clinica del perdono. Raffaello Cortina Editore.</p>					</div>
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		<title>Quel rapporto complesso tra emozioni ed alimentazione</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/quel-rapporto-complesso-tra-emozioni-ed-alimentazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 11:05:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’emozione altro non è che comunicazione. La comunicazione della nostra componente emotiva verso la nostra mente. Nell’uomo la ricerca del cibo è governata da due principali sensazioni: la fame e l’appetito. Per “fame” intendiamo un’esigenza fisiologica ed essenziale alla nostra sopravvivenza. Abbiamo bisogno di mangiare per poter fornire al nostro corpo l’energia necessaria per muoversi,&#8230;</p>
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					<p><strong>L’emozione altro non è che comunicazione.</strong> La comunicazione della nostra componente emotiva verso la nostra mente.</p><p>Nell’uomo <strong>la ricerca del cibo è governata da due principali sensazioni: la fame e l’appetito</strong>.</p><p>Per “fame” intendiamo un’esigenza fisiologica ed essenziale alla nostra sopravvivenza. Abbiamo bisogno di mangiare per poter fornire al nostro corpo l’energia necessaria per muoversi, ragionare, vivere.</p><p><strong>La fame è regolata da stimoli interni</strong> quali la sensazione di “stomaco vuoto”, l’ipoglicemia e l’ormone della fame <em>grelina</em>, che incrementa dopo alcune ore di digiuno. Questi <strong>segnali</strong>, del tutto <strong>fisiologici</strong>, portano alla ricerca del cibo in maniera graduale e aspecifica: la fame aumenta pian piano e qualunque alimento (carne, pesce, insalata…) soddisfa la nostra necessità.</p><p><strong>L’appetito lascia spazio invece alla componente emotiva</strong>. Rappresenta la <strong>voglia ed il desiderio di mangiare</strong> e può essere innescato dal colore, dall’odore del cibo o da specifici stati d’animo ed emozioni. Pensare o vedere il cibo può innescare il desiderio di mangiare in maniera improvvisa e altamente specifica. Si ha voglia di un particolare alimento, solitamente ricco in zuccheri e grassi, nutrienti che scatenano il rilascio nel corpo di sostanze chimiche piacevoli, come la serotonina, l’ormone del piacere e della felicità. Ecco perché un’insalatina non soddisfa l’appetito, almeno nella maggior parte dei casi.</p><p>Un esempio? Il cioccolato! Quando lo mangiamo proviamo un’intensa sensazione di piacere data dalla presenza dell’amminoacido triptofano, precursore della serotonina. Inoltre, è stato riscontrato che il piacere derivante dal cioccolato scaturisce anche dall’esperienza sensoriale che ne deriva. Il cioccolato è infatti uno dei pochi alimenti che fonde alla temperatura della bocca, effetto che ne intensifica il sapore e, di conseguenza, la sensazione di piacere. Le caratteristiche perfette per soddisfare le emozioni negative.</p><p>Per rendere più chiaro questo concetto è stato coniato il termine “<strong>fame emotiva</strong>”, per rappresentare una fame guidata dalle emozioni e non dalle necessità dell’organismo. <strong>La nostra mente elabora intensi desideri per mettere a tacere sentimenti</strong>, per lo più negativi, come la noia, la rabbia, la tristezza, lo stress, l’ansia, la scarsa autostima.</p><h3>I mangiatori emotivi</h3><p>I mangiatori emotivi mangiano in risposta alle emozioni. <strong>Esistono diversi tipi di mangiatori emotivi</strong>, che possono essere suddivisi in particolari categorie sulla base dell’emozione che guida la ricerca del cibo.</p><p>I <strong>mangiatori <em>TRISTI</em></strong>: mangiano per allontanare sensazioni di perdita e abbandono, utilizzando quindi il cibo per dimenticare il problema.</p><p>I <strong>mangiatori <em>ANNOIATI</em></strong>: mangiano per insoddisfazione nei confronti della vita. Lo stomaco viene riempito per colmare una sensazione di vuoto.</p><p>I <strong>mangiatori <em>ARRABBIATI</em></strong>: frustrazione, risentimento, gelosia, indignazione sono tutti stati d’animo che possono scatenare rabbia. In questi casi il cibo funge da metodo di soddisfazione dei propri bisogni.</p><p>I <strong>mangiatori <em>CELEBRATIVI</em></strong>: ogni evento positivo è un buon motivo per abusare con il cibo. Per questi mangiatori risulta quasi impossibile gioire per un evento senza mangiare o bere in eccesso.</p><p>Utilizzare saltuariamente il cibo per sentirsi meglio non è di per sé una cosa sbagliata, ma può diventare problematico se apriamo il frigorifero o la credenza ogni qual volta proviamo una forte emozione. È l’indicazione che non riusciamo ad elaborare e gestire correttamente i nostri stati d’animo, ed è lì che è <strong>necessario prendere consapevolezza</strong> che la terapia psicologica, in particolar modo <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-cognitivo-comportamentale-cbt/">cognitivo-comportamentale</a>, rappresenta la via d’uscita per controllare la fame emotiva e riprendere il controllo delle nostre emozioni. A questo è necessario affiancare un <strong>percorso nutrizionale bilanciato e mai restrittivo</strong>, dal momento che i regimi alimentari restrittivi rappresentano una delle prime cause scatenanti un disturbo alimentare.</p><p>Impariamo a non mangiare le nostre emozioni ma a viverle!</p><p> </p><p>Dott.ssa Valentina Romano</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p><a href="https://www.helpguide.org/articles/diets/emotional-eating.htm">https://www.helpguide.org/articles/diets/emotional-eating.htm</a></p><p>Cheung L. “Savor: Mindful Eating, Mindful Life”, HarperOne, 2011</p><p>“Come funziona il cibo”. Gribaudo 2019</p>					</div>
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		<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/quel-rapporto-complesso-tra-emozioni-ed-alimentazione/">Quel rapporto complesso tra emozioni ed alimentazione</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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		<title>Christmas Blues: la malinconia natalizia ai tempi del Covid</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/christmas-blues-la-malinconia-natalizia-ai-tempi-del-covid/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2020 10:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si avvicina il Natale ma, purtroppo, non per tutti rappresenta un momento di felicità. Per alcune persone il Natale corrisponde a un periodo difficile di profonda tristezza, ansia, insonnia, pensieri negativi e mancanza di forze.  Gli americani hanno dato un nome a questa forma di tristezza: “Christmas blues”, ovvero “Malinconia da Natale”. Solitamente il periodo&#8230;</p>
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					<p>Si avvicina il Natale ma, purtroppo, non per tutti rappresenta un momento di felicità. Per alcune persone il Natale corrisponde a un periodo difficile di profonda tristezza, ansia, insonnia, pensieri negativi e mancanza di forze.  Gli americani hanno dato un nome a questa forma di tristezza: “Christmas blues”, ovvero “Malinconia da Natale”.</p><p>Solitamente il periodo natalizio è caratterizzato da molte fonti di stress, tra cui la forzatura a partecipare a riunioni di famiglia, come cene e pranzi, anche con componenti con cui non si hanno buoni rapporti; l’aumento del senso di solitudine e della tristezza per coloro che non hanno degli affetti significativi o che, al contrario, hanno da poco perso una persona cara, lasciando un vuoto indelebile; problemi economici che impediscono di godersi appieno le festività; la sofferenza derivante da problemi di salute o da separazioni/problemi relazionali tende ad acutizzarsi; l’ansia collegata all’alimentazione all’idea dei numerosi pranzi e cene e il timore di perdita di controllo; la tendenza (disfunzionale!) a fare riflessioni sull’anno appena trascorso come metro di valutazione di se stessi e dei propri obiettivi raggiunti, facendo aumentare la percezione di un senso di fallimento; l’impegno nel pensare e comprare i regali per i propri cari; turni di lavoro che impediscono di essere presenti agli eventi; affetti distanti, ecc.</p><p>Quest’anno, più di altri, questa malinconia tenderà ad essere particolarmente intensa poiché le limitazioni da Lockdown non ci permetteranno di vivere il Natale in modo usuale. Forse proprio per questo alcune persone gioveranno dal non doversi confrontare con i soliti “cerimoniali”, ma coloro che invece sentono lo spirito natalizio potrebbero accusare il colpo.</p><p>L’accumulo di tutti questi sentimenti potrebbe causare un aumento dei livelli di stress, da sommarsi a quelli già presenti alla fine dell’anno quando si attende con ansia l’arrivo delle ferie natalizie.</p><p>Quali strategie possiamo utilizzare per non sentirci sovraccaricati in questo periodo?</p><ul><li><u>Rispettare i propri limiti</u>: non obbligarsi a partecipare a tutte le attività familiari e cercare un compromesso che sia funzionale per non sentirsi sovraccaricati;</li><li><u>ricercare la condivisione</u>: cercare di non isolarsi completamente e usare la tecnologia per sentire vicini i propri cari distanti;</li><li><u>far spazio alle proprie emozioni ed accettarle</u>: sentirsi malinconici non significa essere “sbagliati” o che ci si deve uniformare forzatamente al contesto. Al contrario, ascoltare la propria tristezza e cogliere il significato del proprio Christmas blues può essere per noi prezioso, ognuno può avere la propria motivazione per sentirsi così che va validata. Più ci si sforza di apparire felici e peggio si sta. Provate a confrontarvi con persone care su ciò che sentite: condividere i propri sentimenti aiuta a lenire il senso di solitudine e permette di sviluppare resilienza;</li><li><u>lasciare il passato nel passato</u>: la ruminazione sugli eventi del passato che ci hanno causato questa sofferenza natalizia, purtroppo non aiuta a ridurre la sofferenza, così come il rumuginio ansioso non aiuta a risolvere i problemi, ma al contrario aumenta lo stato di disagio;</li><li><u>connettersi al momento presente</u>: nonostante ci che si prova possiamo allenare la mente a cogliere le sfumature positive di ciò che è presente in questo momento. Vivere nel qui ed ora aiuta a diminuire la sofferenza da rimuginio e ruminazione;</li><li><u>ricercare il contatto con la natura</u>: limitazioni permettendo, quando possibile, se è una bella giornata fare delle passeggiate in mezzo alla natura aiuta a riconnettersi con il presente;</li><li><u>coccolarsi</u>: dedicare del tempo per ciò che ci piace veramente fare e prendersi più momenti di relax e di recupero delle energie, come un bagno caldo o dedicarsi a un hobbie;</li><li><u>mantenere una routine</u>: nelle giornate di festa o se si sta in ferie per lunghi periodi è importante mantenere una routine quotidiana per aiutare corpo e mente a sentirsi attivi e a non lasciarsi andare a sentimenti negativi.</li></ul><p>In sintesi, è importante imparare a riconoscere i propri limiti, allenarsi con la propria flessibilità, ridimensionando l’importanza del periodo natalizio e provando a vivere le Feste non come una imposizione, ma come una scelta, da compiersi in modo coerente con i propri valori.</p><p>Dott.ssa Valentina Luciani</p>					</div>
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