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	<title>Ansia &#8211; Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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	<title>Ansia &#8211; Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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		<title>L&#8217;importanza della psicoterapia nell&#8217;insonnia</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/limportanza-della-psicoterapia-nellinsonnia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 15:34:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi del sonno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cos’è l’insonnia? L’insonnia è la difficoltà a prendere sonno, a dormire continuativamente per tutta la notte o a dormire abbastanza a lungo durante l’intera notte, nonostante le condizioni favorevoli al dormire. I diversi tipi di insonnia Si parla di episodi di insonnia per brevi periodi, ad esempio dopo un viaggio con jet lag, o&#8230;</p>
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					<h3><strong>Che cos’è l</strong><strong>’</strong><strong>insonnia?</strong></h3><p>L’insonnia è la difficoltà a prendere sonno, a dormire continuativamente per tutta la notte o a dormire abbastanza a lungo durante l’intera notte, nonostante le condizioni favorevoli</p><p>al dormire.</p><h3><strong>I diversi tipi di insonnia</strong></h3><p>Si parla di <strong>episodi di insonnia per brevi periodi</strong>, ad esempio dopo un viaggio con jet lag, o la notte prima di un esame, o dopo aver ricevuto una notizia particolarmente negativa o stressante.</p><p>L’<strong>insonnia acuta</strong> è caratterizzata da episodi unici e occasionali, spesso legati a periodi di stress, e che scompare non appena questi sono stati superati.</p><p>Infine, si parla di i<strong>nsonnia cronica</strong> se il disturbo si presenta con la frequenza di almeno tre notti a settimana e per un periodo di tre mesi o più.</p><h3><strong>I sintomi dell’insonnia </strong></h3><p>Le persone che soffrono di insonnia sono generalmente insoddisfatte della qualità del proprio sonno e presentano uno o più dei seguenti sintomi: difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni con difficoltà a riprendere sonno, risvegli precoci al mattino, sonno non ristoratore, stanchezza o scarsa energia durante il giorno, difficoltà cognitive come difficoltà di concentrazione, frequente irritabilità, comportamenti istintivi o aggressivi, difficoltà al lavoro o a scuola, problemi nelle relazioni personali con familiari, partner e amici.</p><p>Questa lista di sintomi comprende un&#8217;ampia serie di <strong>disturbi sia notturni che diurni</strong>. Quando si soffre di insonnia cronica oltre al non riuscire a dormire la notte si riscontrano, nella parte maggior parte dei casi, anche eccessiva sonnolenza, mancanza di energia durante il giorno, umore depresso o irritabile, difficoltà nel mantenere l&#8217;attenzione, nell&#8217;apprendimento e nel ricordo delle cose. Ciò influenza negativamente le relazioni e le prestazioni al lavoro o a scuola.</p><p>Quando questi problemi si presentano con una frequenza di tre o più volte a settimana ed almeno tre mesi, molto probabilmente è presente un Disturbo del sonno. Molte persone pensano che i problemi di sonno facciano normalmente parte della vita e tendono così a portarseli dietro per anni, senza chiedere aiuto per risolverli. Invece, è importante non sottovalutare questi sintomi, perché il sonno è un aspetto fondamentale della nostra salute e del nostro benessere generale.</p><h3><strong>Perché è importante dormire bene?</strong></h3><p>Il sonno è uno stato “attivo” nel quale si ripristinano e rafforzano tanti processi fondamentali per la nostra vita.</p><p>Una delle principali funzioni del dormire è di aiutarci a rafforzare la nostra memoria. I nostri impegni svolti durante la giornata richiedono alla nostra mente di elaborare tantissime informazioni: molti di questi processi si manifestano proprio durante il sonno.</p><p>Un’altra funzione importante del sonno è l’effetto benefico che ha sul nostro corpo, che ha bisogno di lunghi periodi di sonno per rigenerarsi, per far crescere i muscoli, per riparare i tessuti e sintetizzare gli ormoni.</p><h3><strong>Le cause dell’insonnia</strong></h3><p>Tra le principali <strong>cause</strong><strong> dell</strong><strong>’</strong><strong>insorgenza dell</strong><strong>’</strong><strong>insonnia</strong><strong>,</strong> troviamo:</p><ul><li>lo stress;</li><li>una non adeguata igiene del sonno;</li><li>la presenza di problemi medici e di fattori ambientali poco favorevoli.</li></ul><p>Un noto modello eziologico dell’insonnia (Spielman et al., 1987), denominato “Modello delle 3P”, identifica tre tipi di fattori responsabili dello sviluppo del disturbo.</p><p>I <strong><u>fattori predisponenti</u></strong> sono quelli secondo cui alcune persone sono parecchio vulnerabili all’insorgenza dell’insonnia. Per citarne alcuni: l’età avanzata, il genere femminile, la familiarità col disturbo, certe caratteristiche individuali e la tendenza a essere ipervigili.</p><p>L’insorgenza vera e propria del disturbo è poi determinata dai <strong><u>fattori precipitanti</u>,</strong> ad esempio il verificarsi di un evento stressante o traumatico, l’accentuarsi di problemi familiari, lavorativi o di salute, la presenza di preoccupazioni.</p><p>I <strong><u>fattori </u></strong><strong><u>perpetuanti</u></strong> definiscono il motivo per cui tali sintomi si mantengono nel tempo, e sono caratterizzati da comportamenti disfunzionali utilizzati per riuscire a dormire.</p><h3><strong>Quali sono i fattori di mantenimento dell’insonnia?</strong></h3><p>I fattori perpetuanti o di mantenimento si possono suddividere in quattro tipologie:</p><ul><li><u>Convinzioni errate sulle ore di sonno</u>: ci sono soggetti che hanno bisogno di tante ore di sonno per sentirsi riposate e soddisfatte e altre che si sentono bene anche dopo aver dormito 5-6 ore.</li><li><u>Preoccupazioni relative alla perdita di sonno</u>: è una convinzione comune che la perdita di sonno possa comportare marcate ripercussioni sulle attività giornaliere e seri danni alla salute. Ciò che, invece, è fondamentale per la sopravvivenza è il sonno che si manifesta nelle prime ore successive all’addormentamento (“sonno nucleare” o a onde lente).</li><li><u>Credenze disfunzionali sui comportamenti che promuovono il sonno</u>: la tendenza a adottare comportamenti sbagliati con l’intento di facilitare il sonno, ottenendo però l’effetto opposto. Ad esempio: sforzarsi di dormire, guardare la televisione o usare il computer stando a letto, fare un uso eccessivo di farmaci, bere alcool prima di andare a letto, ecc.</li><li><u>Ansia e tensione anticipatoria</u>: l’ansia generata dal timore di non dormire alimenta l’insonnia che, a sua volta, aggiunge ulteriore ansia e tensione, aumentando l’<em>arousal</em> e generando un circolo vizioso che renderà ancora più difficile il dormire.</li></ul><h3><strong>La terapia cognitivo comportamentale nei Disturbi del sonno</strong></h3><p>I pensieri negativi ed eventuali rimuginii ansiosi sul sonno hanno un forte impatto sulla qualità di vita della persona con conseguenze emotive e comportamentali rilevanti. Tali pensieri disfunzionali causano emozioni negative, come ad esempio l’ansia, e rappresentano modi attraverso i quali la nostra mente si convince di qualcosa, a prescindere dal fatto che sia vero oppure no. Per ridurre l’effetto di questi pensieri e renderli più funzionali, è necessario imparare a cambiarli.</p><p>Inoltre, i pensieri disfunzionali fanno sì che le nostre abitudini, i comportamenti e le emozioni altrettanto disfunzionali, si mantengano e interferiscano col sonno.</p><p>Pertanto, se la persona interpreta il disturbo in modo negativo come una perdita di controllo o un segno di pericolo per la propria salute, aumenterà la sua preoccupazione rispetto alle conseguenze, incrementerà l’ansia collegata a questa preoccupazione e così anche la tendenza a mettere in atto comportamenti compensativi per risolvere il problema.</p><p>Il circolo vizioso dell’insonnia potrebbe poi proseguire all’infinito con la produzione di altri pensieri disfunzionali e la messa in atto di comportamenti compensativi errati che non faranno altro che alimentare il disturbo. </p><p>Per tale motivo, risulta fondamentale intraprendere un percorso psicoterapeutico per interrompere i fattori di mantenimento dell’insonnia, imparando una corretta igiene del sonno e utilizzando strategie più funzionali per addormentarsi o migliorare la qualità del sonno. Se i sintomi persistono da molto tempo, in associazione alla psicoterapia, è consigliabile un consulto medico per un’eventuale terapia farmacologica di supporto.</p><p> </p><h4>Bibliografia</h4><p>Espie, C. A. (2018). Superare l’insonnia. Come dormire meglio con la terapia cognitivo comportamentale. Trento: Edizioni Erickson</p>					</div>
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		<title>La ruminazione: quando non riusciamo a &#8220;metterci una pietra sopra&#8221;</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/la-ruminazione-quando-non-riusciamo-a-metterci-una-pietra-sopra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Tomizza]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2021 06:41:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[comportamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Depressione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A tutti noi è capitato di soffermarci a riflettere sulla risoluzione di un problema, su noi stessi, sulle nostre emozioni, sui nostri potenziali errori o insuccessi. Alle volte è successo che rimanessimo incastrati in questi pensieri, in un circolo vizioso, che alla fine non ha portato a nessun miglioramento del nostro stato d’animo o a&#8230;</p>
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					<p>A tutti noi è capitato di soffermarci a riflettere sulla risoluzione di un problema, su noi stessi, sulle nostre emozioni, sui nostri potenziali errori o insuccessi. Alle volte è successo che rimanessimo incastrati in questi pensieri, in un <strong>circolo vizioso</strong>, che alla fine <strong>non ha portato a nessun miglioramento del nostro stato d’animo o a nessuna soluzione del nostro problema</strong>.</p><p>Rimanere bloccati in pensieri ripetitivi e invischiati nello stato emotivo negativo che ne consegue è quello che in psicoterapia chiamiamo ruminazione.  </p><h3>Che cosa si intende per ruminazione?</h3><p>Il <strong>termine ruminazione è stato preso in prestito dalla zoologia</strong> e per la precisione dal modo di mangiare delle mucche. Questi animali possiedono, oltre allo stomaco, una sacca, chiamata rumine, dove depositano il cibo ingerito per poi riportarlo in bocca e masticarlo, ingurgitarlo, rigurgitarlo e rimasticarlo per più volte.</p><p>In psicologia indica “<span style="text-decoration: underline;">quel pensiero ripetitivo e ricorrente sui sintomi (es. stanchezza, flessione del tono dell’umore), sulle emozioni, sui problemi, sugli eventi e sugli aspetti negativi del Sé, con una particolare attenzione rivolta alle loro cause, ai loro significati e alle loro implicazioni</span>” (Watkins E. R., 2018).</p><p>La ruminazione viene considerata un <strong>processo transdiagnostico</strong>, ovvero è un <strong>meccanismo che si ritrova in molteplici disturbi</strong> e che <strong>ha un ruolo importante nell’eziologia, nel mantenimento e nelle ricadute di molteplici patologie</strong> (depressione, disturbi d’ansia, disturbo post traumatico da stress e disturbi dell’alimentazione).</p><p>In particolare tale meccanismo è considerato un <strong>elemento chiave nella depressione</strong>. Le persone depresse descrivono la ruminazione come qualcosa di non intenzionale, persistente, ripetitivo, difficile da interrompere e da controllare, che<strong> provoca un aumento di tristezza, stanchezza, sofferenza, insonnia, procrastinazione, autocritica, pessimismo, ansia e disperazione</strong>.</p><h3>Ruminare è normale?</h3><p>È importante riconoscere che tale meccanismo è una <strong>reazione comune e normale</strong>, e che nella maggior parte dei casi ha una durata breve. Ad esempio in seguito ad un lutto o ad un errore commesso è abbastanza comune ritrovarsi a ruminare, al fine di cercare di dare un senso ad un evento sconvolgente o di risolvere un problema. Le persone che invece sviluppano un disturbo, trascorrono molto più tempo e dedicano molte più energie mentali ed emotive a questo genere di attività, amplificandone i suoi effetti negativi e restandone inconsapevolmente vittime.</p><p>Possiamo anche distinguere tra una<strong> ruminazione “efficace” e una “inefficace”</strong>. Una ruminazione è utile quando si riflette sul problema, concentrandosi su una risoluzione concreta di quest’ultimo oppure, se ritenuto irrisolvibile, si decide di abbandonarlo e di dedicarsi ad attività più gratificanti e produttive. Una <strong>modalità costruttiva</strong> sarà quindi caratterizzata da uno stile di pensiero concreto, specifico e focalizzato sul problem solving (ad esempio chiedersi “come?”). Una <strong>modalità negativa</strong> di ruminare, sarà invece definita da uno stile di pensiero astratto e valutativo (ad esempio chiedersi “perché?”), e si focalizzerà sui problemi e sulle difficoltà di una situazione e non sulla ricerca di una soluzione.</p><p>Una prima domanda che possiamo provare a rispondere per capire se la modalità di pensiero che stiamo utilizzando sia del primo o del secondo tipo, è chiedersi se <strong>questo meccanismo ci stia aiutando o ci stia ostacolando a raggiungere l’obiettivo o il superamento della nostra problematica</strong>.</p><h3>Quali sono le funzioni della ruminazione?</h3><ol><li>Per comprendere le cause, i significati di eventi, emozioni e comportamenti. Può avere quindi lo <strong>scopo di ottenere una sensazione di controllo</strong>, in modo da evitare che succedano nuovamente cose spiacevoli.</li><li>Al fine di <strong>automotivarsi e spronarsi a migliorare la performance</strong>, le persone possono riflettere sulle proprie difficoltà o sui propri difetti. Se questa funzione è caratterizzata da critica a lungo termine può amplificare le proprie autovalutazioni negative.</li><li>Per <strong>pianificare e prepararsi eventi futuri</strong>, immaginando che cosa accadrà e quali potrebbero essere le eventuali reazioni. Tale modalità può portare all’evitamento del confronto diretto con la situazione attuale, se gli scenari vengono meticolosamente progettati, ma mai concretizzati.</li><li>Per <strong>evitare di diventare il tipo di persona che l’individuo teme di essere</strong>, come ad esempio avere il timore di essere una persona arrogante e ripensare a quando si è stati invadenti o egocentrici e rimproverarsi per tale comportamento.</li><li>Per <strong>distogliere l’attenzione da eventi esterni noiosi, difficili o spiacevoli</strong>, concentrandosi su un mondo interno fatto di ricordi, immagini e pensieri (sognare ad occhi aperti).</li><li>Al fine di <strong>evitare il rischio di fallimento o l’umiliazione</strong>, la ruminazione può focalizzarsi su situazioni ritenute rischiose o difficili, riflettendo su cosa potrebbe succedere, sui significati e sulle possibili conseguenze. Nel corso del tempo può portare a procrastinazione ed evitamento della situazione.</li><li>Per <strong>anticipare le critiche e le potenziali reazioni negative altrui</strong>, provando a leggere la mente dell’altro e a prevedere cosa potrebbe accadere.</li><li>Per t<strong>enere sotto controllo sensazioni ed emozioni spiacevoli</strong>, ruminando per esempio su come le proprie difficoltà siano causate dagli altri, passando quindi dalla tristezza alla rabbia.</li><li>Allo scopo di <strong>fornire scuse e razionalizzazione</strong> per il non aver cambiato idea o il non aver intrapreso un’attività, riflettendo sulle difficoltà e sui problemi.</li><li>Al fine di <strong>raccogliere prove ed argomentazioni sul perché le cose dovrebbero andare in un certo modo e trovare giustificazioni</strong> <strong>per il proprio comportamento</strong>, unitamente a standard elevati e vissuti di rabbia quando gli altri non li rispettano.</li></ol><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>Leveni, D., Michelin, P. &amp; Piacentini, D. (2018). <em>Superare la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Watkins, E. R. (2018). <em>La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione</em>. Erickson, Trento.</p><p>Wells, A. (2018). <em>Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione</em>. Erickson, Trento.</p>					</div>
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		<title>Le caratteristiche della fobia sociale</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/le-caratteristiche-della-fobia-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 18:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ansia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[fobia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Fobia Sociale, detta anche Disturbo d’Ansia Sociale, è un disturbo che si trova nel capitolo dei disturbi d’ansia del DSM-5 (APA, 2013). La fobia sociale è un disturbo caratterizzato da paura molto intensa che riguarda una o più situazioni sociali ben specifiche (ad es. parlare in pubblico, mangiare in pubblico etc.). Spesso le cause&#8230;</p>
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					<p>La Fobia Sociale, detta anche Disturbo d’Ansia Sociale, è un disturbo che si trova nel capitolo dei disturbi d’ansia del DSM-5 (APA, 2013).</p><p>La fobia sociale è un disturbo caratterizzato da paura molto intensa che riguarda una o più situazioni sociali ben specifiche (ad es. parlare in pubblico, mangiare in pubblico etc.).</p><p>Spesso le <strong>cause</strong> della fobia sociale riguardano <strong>comportamenti acquisiti</strong> (ad es. avere sperimentato situazioni pubbliche umilianti, essere stato oggetto di aggressione etc.) <strong>oltre a pensieri disfunzionali relativi a sé stessi e agli altri</strong>.</p><h3>Le caratteristiche</h3><p>La caratteristica principale della fobia sociale è l’intensa <strong>paura o ansia di situazioni sociali in cui un soggetto può essere osservato da altre persone</strong>. Chi soffre di fobia sociale, infatti, vive reazioni emotive intense collegate ad alcuni contesti sociali, nei quali il soggetto ha <strong>paura di essere giudicato in modo negativo e teme di sperimentare vergogna</strong>. In genere la paura collegata alla fobia sociale è quella di essere visti come persone deboli, ansiose, non equilibrate, stupide, noiose o comunque giudicate negativamente. </p><p>A questi sintomi viene data un’interpretazione negativa perché diventano un modo attraverso il quale la vergogna che si sta provando risulta visibile all’altro e diventa dunque essa stessa oggetto di vergogna (<strong>meta-vergogna</strong>).</p><p>La paura porta ad evitare luoghi e situazioni che potrebbero attivare i sintomi ansiosi. La persona così riduce sempre di più le attività, i luoghi e le situazioni quotidiane, innescando un <strong>circolo vizioso</strong> che porta ad un peggioramento del quadro fobico e a una importante riduzione della qualità di vita. Tali circoli viziosi sono alla base del mantenimento della problematica.</p><h3>I sintomi</h3><p>I tipici sintomi del Disturbo d’Ansia Sociale sono:</p><ul><li>paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile giudizio degli altri, come essere osservati o eseguire prestazioni di fronte ad altri;</li><li>l’individuo teme che agirà in modo tale da essere criticato o manifesterà sintomi di ansia che saranno valutati negativamente;</li><li>le situazioni sociali temute provocano quasi invariabilmente paura o ansia;</li><li>le situazioni sociali sono evitate oppure sopportate con paura o ansia intense;</li><li>la paura o l’ansia risultano sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta dalla situazione sociale e dal contesto socioculturale;</li><li>la paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente 6 mesi o più.</li></ul><h3>Quali sono le principali preoccupazioni?</h3><p>Le preoccupazioni che le persone con fobia sociale sperimentano fanno riferimento al temere che:</p><ul><li>le loro prestazioni o azioni appariranno agli occhi degli altri inadeguate e/o ridicole;</li><li>la loro ansia sarà evidente per il fatto che gli potrebbe capitare di sudare, arrossire, vomitare a causa della tensione, tremare o parlare con voce flebile e incerta e che tutti si accorgeranno di ciò e li osserveranno e giudicheranno;</li><li>potrebbero perdere il filo del discorso e non ricordare più nulla di ciò che avevano da dire o che non riusciranno a trovare le parole per esprimersi;</li><li>potrebbero apparire come una persona debole di carattere, eccessivamente dipendente dal giudizio degli altri, disposta alla sottomissione.</li></ul><h3>I meccanismi che mantengono il problema</h3><p>La persona si impegna sistematicamente ad evitare le brutte figure (non dare segni di vergogna). Il sollievo che derida dall’evitare la situazione temuta, però, è solo momentaneo. Nel lungo termine, infatti, tali meccanismi di evitamento tendono a mantenere il problema, ingigantendolo sempre di più.</p><p>I comportamenti maggiormente messi in atto, in modo più o meno marcato sono:</p><ul><li><strong>l’evitamento di situazioni, comportamenti, luoghi, contesti, persone</strong> che possono elicitare le situazioni temute;</li><li><strong>tentativi di minimizzare e/o nascondere il proprio disagio, la propria ansia</strong> <strong>e vergogna </strong>(comportamenti protettivi), al fine di non apparire inadeguati (riuscendoci peraltro spesso solo parzialmente o per niente).</li></ul><h3>La terapia</h3><p>Secondo diverse linee guida internazionali la <a href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/terapia-cognitivo-comportamentale-cbt/"><span style="text-decoration: underline;">psicoterapia cognitivo-comportamentale</span> </a>è uno dei trattamenti più efficaci per la cura della <strong>fobia sociale</strong>. <br /><br /></p><p>Lo <strong>scopo della terapia</strong> è quello di aiutare la persona a ridurre la sintomatologia ansiosa, il timore del giudizio degli altri e il bisogno di riconoscimento. Inoltre, è importante imparare a controllare il rimuginio anticipatorio sulle proprie prestazioni, ridurre il timore di mostrare ansia e la vergogna, e ridurre, altresì, i meccanismi che mantengono l’ansia come i comportamenti di controllo dell’ansia e gli evitamenti delle situazioni sociali spaventevoli.</p><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>American Psychiatric Association. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta Edizione. A cura di Biondi M. Raffaello Cortina Editore, Milano 2014.</p><p>Cieri L. (2010). La fobia sociale. In Perdighe C. e Mancini F. (a cura di). Elementi di psicoterapia cognitiva (II ed.). Giovanni Fioriti Editore.</p><p>Marsigli, N. (a cura di) (2018). Stop all’ansia sociale. Strategie per controllare e gestire la timidezza. Trento: Erickson</p><p>Procacci, M., Popolo, R., &amp; Marsigli, N. (2010). Ansia e ritiro sociale. Valutazione e trattamento. Milano: Raffaello Cortina Editore</p>					</div>
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		<title>L&#8217;ansia per la salute: caratteristiche e sintomi</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/lansia-per-la-salute-caratteristiche-e-sintomi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2021 13:39:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia per la salute]]></category>
		<category><![CDATA[ipocondria]]></category>
		<category><![CDATA[preoccupazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La caratteristica essenziale dell’Ansia per la salute o Ipocondria è la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una grave malattia. Questa è solitamente basata sulla errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici. L’aspetto principale dell’ipocondria è che la paura o la convinzione ingiustificate di avere una malattia&#8230;</p>
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					<p>La caratteristica essenziale dell’<strong>Ansia per la salute </strong>o <strong>Ipocondria</strong> è la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una grave malattia. Questa è solitamente basata sulla errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici. L’aspetto principale dell’<strong>ipocondria</strong> è che la paura o la convinzione ingiustificate di avere una malattia persistono nonostante le rassicurazioni mediche.</p><p>Si può parlare di <strong>ansia di malattia</strong> (o <strong>paura delle malattie</strong>), ovviamente, solo se una valutazione medica completa ha escluso qualunque condizione medica che possa spiegare pienamente i segni o sintomi fisici. Può comunque esistere un’ansia eccessiva di malattia anche quando è presente una malattia organica non grave.</p><h3>Quali sono i criteri diagnostici?</h3><p>Secondo l’ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali &#8211; DSM-5 (APA, 2013), l’ipocondria è classificata all&#8217;interno dei disturbi da sintomi somatici con il nome di disturbo da ansia di malattia.</p><p>Per porre diagnosi per tale disturbo sono richiesti i seguenti criteri:</p><ol><li>Preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia.</li><li>I sintomi somatici non sono presenti o, se presenti, sono solo di lieve intensità. Se è presente un’altra condizione medica o vi è un rischio elevato di svilupparla, la preoccupazione è chiaramente eccessiva o sproporzionata.</li><li>È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e l’individuo si allarma facilmente riguardo il proprio stato di salute.</li><li>L’individuo attua eccessivi comportamenti correlati alla salute (per es., controlla ripetutamente il proprio corpo cercando segni di malattia) o presenta un evitamento disadattivo (per es., evita visite mediche e ospedali).</li><li>La preoccupazione per la malattia è presente da almeno 6 mesi, ma la specifica patologia temuta può cambiare nel corso di tale periodo di tempo.</li><li>La preoccupazione riguardante la malattia non è meglio spiegata da un altro disturbo mentale, come il disturbo da sintomi somatici, il disturbo di panico, il disturbo d’ansia generalizzata, il disturbo di dismorfismo corporeo, il disturbo ossessivo-compulsivo o il disturbo delirante, tipo somatico.</li></ol><p>La persona con ansia per la salute non riconosce la natura psicologica del suo disturbo e persevera nel cercare una spiegazione medica al suo disagio. Il timore di sviluppare una patologia medica rivela pertanto un grande senso di vulnerabilità, che sarà il target della psicoterapia.</p><h3>Sintomi</h3><p>I <strong>sintomi dell</strong><strong>’</strong><strong>ipocondria</strong> sono riconducibili a preoccupazioni nei confronti di:</p><ul><li><strong>funzioni corporee</strong> (per es. il battito cardiaco, la traspirazione o la peristalsi);</li><li><strong>alterazioni fisiche di lieve entità</strong> (per es. una piccola ferita o un occasionale raffreddore);</li><li><strong>sensazioni fisiche vaghe o ambigue</strong> (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).</li></ul><h3>Cause</h3><p>Riguardo alle probabili <strong>cause</strong> dell’ipocondria, è stato ipotizzato che <strong>malattie gravi vissute nell</strong><strong>’</strong><strong>infanzia ed esperienze pregresse di malattia di un membro della famiglia</strong> siano associate al manifestarsi dei sintomi ipocondriaci. Alcuni, invece, ritengono che questo disturbo riveli certe disposizioni, rappresentazioni e <strong>tratti di personalità della persona</strong> (per es., tendenza eccessiva al controllo).</p><h3>Esordio</h3><p>La paura delle malattie <strong>può esordire a qualunque età</strong>, ma si pensa che l’età più comune di esordio sia la prima età adulta. Il <strong>decorso è solitamente cronico</strong>, <strong>con i sintomi che vanno e vengono</strong>, ma talora si verifica una completa remissione dell’ipocondria.</p><h3>Terapia</h3><p>La forma di <strong>psicoterapia </strong>che la ricerca scientifica ha dimostrato essere più efficace per l’ansia per la salute è quella <strong>cognitivo-comportamentale</strong>. Tale terapia coinvolge attivamente il paziente nella risoluzione del disturbo e si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali.</p><p> </p><h4>Bibliografia:</h4><p>Asmundson Gordon J. G., Taylor Steven (2018). La paura delle malattie. Affrontare e superare l&#8217;ansia per la salute e l&#8217;ipocondria. Centro Studi Erickson </p><p>Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (2014) Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano.</p>					</div>
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		<title>Qual è la differenza tra preoccupazioni e pensieri intrusivi?</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/qual-e-la-differenza-tra-preoccupazioni-e-pensieri-intrusivi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 07:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi ansia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo ossessivo compulsivo]]></category>
		<category><![CDATA[doc]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[pensieri intrusivi]]></category>
		<category><![CDATA[preoccupazioni]]></category>
		<category><![CDATA[terapia cognitivo-comportamentale]]></category>
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					<p><strong>Le preoccupazioni sono del tutto normali per noi essere umani</strong>. Tutti, di fronte ad un evento negativo inatteso possiamo sperimentare ansie, preoccupazioni e timori. Preoccuparsi, ci mette in uno <strong>stato di allerta</strong> <strong>e di attivazione</strong> <strong>utile</strong> ad indirizzare le nostre energie per la risoluzione o il fronteggiamento della situazione/problema (<em>problem solving</em>). Una <strong>sana preoccupazione e ansia</strong>, pertanto, è ciò che ci spinge ad affrontare le sfide della vita quotidiana e va vista come un’<strong>alleata </strong>nelle difficoltà.</p><p>Per alcune persone, però, il processo sano e adattivo della preoccupazione potrebbe non funzionare. Può succedere che la preoccupazione si spinga oltre un certo livello e inneschi, così, una reazione di <strong>ansia eccessiva</strong>: di conseguenza la preoccupazione <strong>non spinge più verso la risoluzione del problema</strong>, quanto più su un <strong>vortice di pensieri che blocca letteralmente l’azione</strong>.</p><p>In questo scenario di ansia e preoccupazioni molto intense e invalidanti, talvolta, può capitare che arrivino dei <strong>pensieri intrusivi</strong>, ovvero dei <strong>pensieri o immagini </strong><strong>percepiti come</strong> <strong>esterni, che non riconosciamo come parte di noi</strong>, che si sono introdotti forzatamente, contro la nostra volontà, nella nostra mente.</p><p>Questi pensieri o immagini intrusivi sono solitamente <strong>di natura catastrofica</strong>: possono riguardare la paura che succeda qualcosa a noi o a un nostro caro, come un incidente o una malattia terribilmente brutta; possono presentarsi sottoforma di “<em>flash</em>” come nel caso dei pensieri intrusivi tipici di chi ha subito un trauma (Disturbo Post Traumatico da Stress); possono riguardare la sfera alimentare e tutte le paure correlate al peso e alla forma nel corpo come nel caso delle patologie alimentari oppure un singolo elemento disarmonico del corpo come nel dismofismo corporeo; infine, possono presentarsi sottoforma di pensieri ossessivi (come nel Disturbo Ossessivo Compulsivo) la cui “irruzione” incontrollata costringe la persona a mettere in atto dei comportamenti, definiti rituali, con lo scopo di abbassare l’ansia.</p><p>Tutti possiamo avere dei pensieri intrusivi, ma non per tutti questi pensieri portano a una forma di disagio e sofferenza. Spesso, le persone che si ritrovano improvvisamente a vivere pensieri intrusivi interpretano la difficoltà nel saperli gestire come un fallimento, la prova della propria debolezza, inettitudine e inadeguatezza.</p><h3><strong>I pensieri intrusivi di tipo ossessivo: il Disturbo Ossessivo Compulsivo</strong></h3><p>I pensieri intrusivi ossessivi del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) sono particolarmente invalidanti perché solitamente sono caratterizzati da pensieri (dubbi, rimuginii, ecc.) immagini (ad esempio scene violente) o impulsi (ad esempio strangolare qualcuno) ripetitivi e persistenti, che causano un’ansia intensa o un fortissimo disagio emotivo (paura, disgusto o senso di colpa). A volte il disagio provato è descritto come una sgradevole “sensazione che c’è qualcosa che non va” o che qualcosa non sia “a posto” (<em>Not Just Right Experience</em>). Questi fenomeni mentali sono percepiti come disturbanti ed incontrollabili da chi li sperimenta.</p><p>Occasionalmente tutti possono avere dei pensieri intrusivi di tipo ossessivo (circa l’80% della popolazione generale), ma ciò che rende differente un pensiero ossessivo “comune” da quello tipico del DOC deriva dalla frequenza, meno pressante, e dalla valutazione che la persona fa delle proprie ossessioni, ovvero le persone tendenzialmente non danno loro troppa importanza e non sentono di mettere in discussione se stessi o i propri valori per il fatto di aver avuto tali pensieri.</p><p>Nel DOC, quindi, proprio perché vi è l’inaccettabilità del contenuto del pensiero, la persona cerca di ignorare o sopprimere le ossessioni attraverso dei comportamenti definiti rituali, cerimoniali o compulsioni, che hanno lo scopo di neutralizzare o sopprimere il pensiero e/o l’immagine ossessiva.</p><p>Il contenuto di questi pensieri, immagini o impulsi può variare da persona a persona. In linea generale è stato possibile identificare i seguenti tipi:</p><ul><li><em>ossessioni di contaminazione:</em> pensieri o immagini relativi al dubbio di essere entrato in contatto con sostanze contaminanti o disgustose, di solito seguiti da rituali di lavaggio;</li><li><em>ossessioni superstiziose:</em> pensieri o immagini relativi a eventi catastrofici che possono accadere a sé o ad altri se non si eseguono certi rituali;</li><li><em>ossessioni di danno:</em> pensieri o immagini riguardanti il possibile danno a sé o ad altri causato dalle proprie disattenzioni, solitamente seguiti da rituali di controllo;</li><li><em>ossessioni aggressive:</em> pensieri, immagini o impulsi di far del male ad altre persone pur non volendolo, ad esempio temere di maneggiare un coltello per la paura di non sapersi “controllare” dall’impulso di far male a qualcuno;</li><li><em>ossessioni autolesive:</em> pensieri, immagini o impulsi di far del male a sé stessi, ad esempio sentendo l’impulso di volersi buttare giù dalla finestra, pur non desiderandolo;</li><li><em>ossessioni di omosessualità:</em> pensieri, immagini o impulsi sessuali che innescano nella persona eterosessuale il dubbio di poter essere omosessuale latente;</li><li><em>ossessioni di relazione:</em> pensieri, immagini o impulsi sessuali verso altre persone che innescano dubbi sull’adeguatezza della propria relazione o del proprio partner;</li><li><em>ossessioni sessuali e di pedofilia:</em> pensieri, immagini o impulsi intrusivi di tipo sessuale, anche rivolti nei confronti di bambini che scatenano l’intensa paura di poter essere perversi o pedofili, anche se la persona non è assolutamente attratta dai bambini;</li><li><em>ossessioni religiose:</em> pensieri, immagini o impulsi blasfemi, ad esempio bestemmiare in un luogo sacro.</li></ul><p>In sintesi, quando la persona mette in relazione l’evento temuto con una <strong>propria responsabilità e la propria identità </strong>(soprattutto in termini morali), allora questo diventa critico per l’innesco del <strong>dubbio ossessivo</strong>. Quando l’ossessione si presenta, la persona tende ad attribuire<strong> un’importanza eccessiva al pensiero, sovrastimare la possibilità di controllarlo e</strong>, infine, <strong>sovrastimare la pericolosità dell’emozione associata </strong>(Mancini, 2016).</p><p>Infine, Mancini (2016), uno dei principali studiosi del DOC in Italia, afferma che poter comprendere il confine tra un pensiero intrusivo e un’ossessione è importante notare se il nostro dubbio sta assumendo le caratteristiche della <strong>scrupolosità,</strong> ossia se a conclusione di un ragionamento seguono nuovi dubbi o ragionamenti del tipo “<em>e se magari…”, “e se fossi davvero…”, “e se non fosse un ossessione…</em>”. A quel punto <strong>la ricorsività e la scrupolosità ci indicherebbero che siamo nel campo dell’ossessività</strong>.</p><p><strong>Sia che si tratti di preoccupazioni intense e invalidanti, di pensieri intrusivi o di pensieri ossessivi, la </strong><strong>Terapia Cognitivo Comportamentale </strong>risulta <strong>molto utile,</strong> aiutando innanzitutto la persona a riconoscere i pensieri, distinguere tra quelli utili e funzionali e quelli disfunzionali e irrazionali. Le tecniche utilizzate si rivelano poi ottime alleate per la loro messa in discussione al fine di riacquisire una percezione di controllo di sé più funzionale.</p><p>Dott.ssa Valentina Luciani</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p>D.A. Clark e A.T. Beck (2016). Il manuale dell&#8217;ansia e delle preoccupazioni. La soluzione cognitivo comportamentale. Positive Press.</p><p>F. Mancini (2016) La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Raffaello Cortina Editore.</p>					</div>
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		<title>I sintomi dell&#8217;ansia: riconoscerla per imparare a gestirla</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/i-sintomi-dellansia-riconoscerla-per-imparare-a-gestirla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jan 2021 08:16:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[panico]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia cognitivo comportamentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il termine “ansia” è largamente usato per indicare un complesso di reazioni cognitive, comportamentali e fisiologiche che si manifestano in seguito alla percezione di uno stimolo ritenuto minaccioso e nei cui confronti non ci riteniamo sufficientemente capaci di reagire. L’ansia di per sé, tuttavia, non è un fenomeno anormale. Si tratta di un’emozione di base, che&#8230;</p>
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					<p>Il termine<strong> “ansia”</strong> è largamente usato per indicare un complesso di reazioni cognitive, comportamentali e fisiologiche che si manifestano in seguito alla percezione di uno stimolo ritenuto minaccioso e nei cui confronti non ci riteniamo sufficientemente capaci di reagire.</p><p>L’ansia di per sé, tuttavia, non è un fenomeno anormale. Si tratta di un’emozione di base, che comporta uno stato di attivazione dell’organismo quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa.</p><p><strong>Sintomi cognitivi dell’ansia</strong></p><p>Dal punto di vista cognitivo i sintomi tipici dell’ansia sono:</p><ul><li>il senso di vuoto mentale</li><li>un senso crescente di allarme e di pericolo</li><li>l’induzione di immagini, ricordi e pensieri negativi</li><li>la messa in atto di comportamenti protettivi cognitivi</li><li>la sensazione marcata di essere osservati e di essere al centro dell’attenzione altrui.</li></ul><p><strong>Sintomi comportamentali dell’ansia</strong></p><p>Nella specie umana l’ansia si traduce in una tendenza immediata all’esplorazione dell’ambiente, nella ricerca di spiegazioni, rassicurazioni e vie di fuga. La strategia principale istintiva di gestione dell’ansia è inoltre l’<strong>evitamento</strong> <strong>della situazione temuta</strong> (strategia “<em>better safe than sorry</em>” – “meglio prevenire che curare”).</p><p>Sono frequenti, inoltre, <strong>comportamenti protettivi</strong> (farsi accompagnare, assumere ansiolitici al bisogno, ecc.), <strong>anassertivi e di sottomissione</strong>.</p><p><strong>Sintomi fisici dell’ansia</strong></p><p>L’ansia, inoltre, è spesso accompagnata da manifestazioni fisiche e fisiologiche quali:</p><ul><li>tensione</li><li>tremori</li><li>sudore</li><li>palpitazioni</li><li>aumento della frequenza cardiaca</li><li>vertigini</li><li>nausea</li><li>formicolii alle estremità ed intorno alla bocca</li><li>derealizzazione e depersonalizzazione.</li></ul><h3><strong>Attacco d’ansia e attacco di panico</strong></h3><p>Il termine “<strong>attacco di ansia</strong>” non si trova nei manuali, ma possiamo utilizzarlo per descrivere un’esperienza d’ansia intensa che però non soddisfa i criteri diagnostici per un attacco di panico. Possiamo provare ansia in molti contesti e sentirci sopraffatti da questa emozione.</p><p>Invece, <strong>l’attacco di panico</strong> è un breve episodio di ansia intollerabile che ha un’intensità e una durata maggiore rispetto a un attacco di ansia. É caratterizzato da sentimenti di apprensione, paura o terrore: la persona vive un senso di catastrofe imminente o una paura di morire o, ad esempio, di avere un attacco di cuore.</p><p><strong>La caratteristica principale dell’attacco di panico</strong><strong> è l’imprevedibilità</strong>, ovvero arriva improvvisamente. È questo il motivo per cui le persone ne sono tanto spaventate. La realtà, invece, è diversa: <strong>l’attacco di panico</strong> <strong>ha sempre un fattore scatenante</strong>, anche quando non si è in grado di riconoscerlo come tale.</p><p>Dopo aver provato una volta la spiacevole esperienza di un <strong>attacco di panico</strong>, la persona colpita teme ovviamente che possa accadere di nuovo. Si innesca, dunque, un circolo vizioso che può trasformare il singolo <strong>attacco di panico</strong> in un vero e proprio <strong>Disturbo di Panico</strong>: si apprende così ad avere “<strong>paura della paura</strong>”.</p><p>L’<strong>ansia</strong> non è solo un limite o un disturbo, ma costituisce una importante risorsa. È, infatti, una condizione fisiologica efficace in molti momenti della vita per proteggerci dai rischi, mantenere lo stato di allerta e migliorare le prestazioni (ad es., sotto esame). Imparare a gestire l’ansia (non sconfiggerla!) è importante per tornare a vivere questa emozione in modo evolutivamente funzionale.</p><p>Dott.ssa Roberta Giurco</p><p> </p><h4>Fonti:</h4><p class="Corpo" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Andrews (2003). Trattamento dei disturbi d&#8217;ansia. Guide per il clinico e manuali per chi soffre del disturbo. Centro Scientifico Editore</span></p><p class="Corpo" style="text-align: justify;">www.ipsico.it/sintomi-cura/ansia/</p>					</div>
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		<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/i-sintomi-dellansia-riconoscerla-per-imparare-a-gestirla/">I sintomi dell&#8217;ansia: riconoscerla per imparare a gestirla</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://psicoterapiacognitivatrieste.it">Psicoterapia Cognitiva Trieste</a>.</p>
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