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	<title>comunicazione coppia &#8211; Psicoterapia Cognitiva Trieste</title>
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		<title>Il triangolo drammatico: una forma di comunicazione non funzionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Luciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Nov 2021 09:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[assertività]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1968, l’analista transazionale Stephen Karpman, postulò l’esistenza di una particolare modello di comunicazione disfunzionale definita “Triangolo Drammatico” che si attiva in alcuni contesti conflittuali. Il concetto di triangolo drammatico nasce per facilitare gli psicoterapeuti a comprendere le dinamiche comunicative in cui il paziente fa rientrare i vari soggetti della propria vita, terapeuta compreso, e&#8230;</p>
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					<p>Nel 1968, l’analista transazionale Stephen Karpman, postulò l’esistenza di una particolare modello di comunicazione disfunzionale definita “Triangolo Drammatico” che si attiva in alcuni contesti conflittuali. Il concetto di triangolo drammatico nasce per facilitare gli psicoterapeuti a comprendere le dinamiche comunicative in cui il paziente fa rientrare i vari soggetti della propria vita, terapeuta compreso, e risulta utile anche da esplicitare nel percorso terapeutico per avere maggiore consapevolezza delle e tendenze comunicative e comportamentali disfunzionali.</p><p>Il triangolo drammatico si può formare già in età evolutiva, in base all’interazione con le proprie figure significative. Infatti, il bambino estrae dai propri ricordi delle relazioni di attaccamento, tre significati di base inconciliabili tra loro che costituiscono appunto le rappresentazioni mentali di sé e dell’altro, sulle quali durante il corso della vita costruirà le future relazioni e quindi la propria identità non integrata.</p><h3>Quali sono i ruoli del triangolo drammatico?</h3><p>Il triangolo drammatico è composto da tre ruoli principali:<img loading="lazy" class="alignright wp-image-1406 size-medium" src="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-300x300.png" alt="" width="300" height="300" srcset="https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-300x300.png 300w, https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-1024x1024.png 1024w, https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-150x150.png 150w, https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico-768x768.png 768w, https://psicoterapiacognitivatrieste.it/wp-content/uploads/2021/11/Triangolo-drammatico.png 1080w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p><ul><li>il <strong>persecutore</strong> che attacca, aggredisce e giudica in modo non empatico. Si tratta di una modalità difensiva aggressiva in cui si attacca per non essere attaccati. L’emozione prevalentemente esperite sono quella della rabbia, della paura, della gelosia e invidia.</li><li>la<strong> vittima</strong> si percepisce come impotente, passivo ed in balia dell’attacco altrui. Si sente ingiustamente maltrattato e percepisce di non meritarsi tale attacco ma non riesce a far nulla per far valere i propri diritti o “sbloccare” tale situazione. Le emozioni caratteristiche di questo ruolo sono la tristezza, il senso di impotenza e la vergogna.</li><li>il <strong>salvatore </strong>sente di dover intervenire per aiutare l’altro, anche quando non richiesto, si focalizza interamente sui bisogni dell’altro nel tentativo di aiutare e ricevere, di conseguenza, attenzioni, approvazione e amore. Nel tentativo di supportare l’altro dimentica di ascoltare sé stesso. Spesso è mosso dal tentativo di non sentire l’ansia, il senso di colpa o la vergogna.</li></ul><p>In contesti conflittuali o in relazioni disfunzionali, i protagonisti possono oscillare in ognuno di questi tre ruoli, anche all’interno dello stesso evento: la persona può assumere uno dei tre ruoli e ad attribuirne uno all’altro creando quello che viene definito il “gioco psicologico” delle parti. Questi “giochi” sono falsi scambi comunicativi che hanno lo scopo di instaurare o eliminare uno dei ruoli drammatici.</p><p>Quindi spesso i ruoli tendono a cambiare durante i conflitti:</p><ul><li>il<strong> persecutore</strong> può tentare di diventare <u>vittima</u> oppure, diventa il <u>salvatore</u> nonostante sia stato egli stesso l’aggressore (dinamiche tipiche degli abusi psicologici);</li><li>il <strong>salvatore</strong>, stanco di difendere la vittima o per una frustrazione personale, può passare in una modalità aggressiva diventando <u>persecutore</u> oppure può diventare egli stesso <u>vittima</u>;</li><li>la <strong>vittima</strong> può anche capovolgere il suo ruolo diventando l’<u>aggressore</u> o attivare un accudimento invertito diventando <u>salvatore</u>.</li></ul><p>Se pensiamo a questo triangolo attivato in età evolutiva con le proprie figure di attaccamento, possiamo subito immaginare quanto “drammatico” e destabilizzante possa essere tutto ciò: un bambino che sente sé stesso come salvatore, ma anche vittima, ma anche persecutore, di una figura di attaccamento che viene percepita a volte come salvatore al tempo stesso come vittima e peggio ancora come persecutore.</p><h3>Come uscire dai ruoli del triangolo drammatico?</h3><p>Molto spesso le persone coinvolte non percepiscono come possa essere dannoso interpretare costantemente il ruolo di vittima, persecutore e salvatore. <strong>Pensano che il proprio ruolo sia perfettamente logico e dettato da motivi convincenti</strong><strong>, </strong>vedendo solo una parte della situazione. La vittima sente solo di essere maltrattata. Il persecutore vede solo gli errori e fallimento della vittima. E il salvatore si nasconde dietro presunte buone intenzioni.</p><p>Se ci si rende conto di essere dentro una dinamica di questo tipo è importante provare a spezzare il circolo vizioso con un percorso psicoterapeutico che faccia emergere i ruoli interpretati, elaborando le eventuali dinamiche da cui sono partite e migliorando le proprie abilità assertive. Tale percorso può anche essere affrontato nel sistema famiglia e nella coppia, oltre che in modo individuale.</p><h4> </h4><h4>Bibliografia:</h4><p>Ivaldi Antonella (2004). Il triangolo drammatico. Da strumento descrittivo a strumento terapeutico. Cognitivismo Clinico (2004) 1, 2 (108-123).</p><p>Karpman Stephen (1968). Fairy tales and script drama analysis. Transactional Analysis Bulletin, 7(26), 39-43.</p>					</div>
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		<title>Litigi davanti ai figli? Ecco perché è meglio evitarli</title>
		<link>https://psicoterapiacognitivatrieste.it/litigi-davanti-ai-figli-ecco-perche-e-meglio-evitarli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Giurco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Nov 2020 15:59:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella vita di tutti i giorni può accadere che tra le coppie di genitori ci possano sorgere incomprensioni, magari alzando il tono della voce, lo scambio verbale diventa più acceso, esplode la lite e capita che in quel momento i figli assistano. Molti genitori si colpevolizzano, non vorrebbero mai che succedesse e pensano che questi&#8230;</p>
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					<p>Nella vita di tutti i giorni può accadere che tra le coppie di genitori ci possano sorgere incomprensioni, magari alzando il tono della voce, lo scambio verbale diventa più acceso, esplode la lite e capita che in quel momento i figli assistano.</p><p>Molti genitori si colpevolizzano, non vorrebbero mai che succedesse e pensano che questi eventi possano avere degli effetti negativi sui figli, altri genitori invece sottovalutano pensando che tanto i figli sono piccoli per capire oppure troppo concentrati su se stessi per preoccuparsi di questi accadimenti.</p><p>Il problema non sono le piccole discussioni, perché se ciò accade di rado, non ci sono  eccessi di rabbia e sono gestite adeguatamente, possono anche far capire al figlio che incomprensioni ed emozioni negative esistono, che possono essere esternate per arrivare poi ad una conciliazione, senza giungere a comportamenti distruttivi.</p><p>Diventa grave si pone nel momento in cui i litigi sono frequenti, gli scontri diventano intensi fino ad arrivare alla violenza verbale e fisica, a cui fanno seguito cambiamenti nell’umore e nelle abitudini dei genitori, che sconvolgono il clima familiare, scatenando un terremoto emotivo nei figli: un conflitto genitoriale, che non viene risolto e che non lascia spazio a parole e a emozioni, provoca una scossa nella sicurezza interna dei figli che genera ancora più instabilità, senso di colpa e impotenza.</p><p>Ecco 5 consigli per gestire il conflitto senza gravare i figli:</p><p>1- <strong>MODERATE I TONI</strong>. Durante la discussione, è importante riconoscere e gestire adeguatamente le emozioni negative, senza alzare eccessivamente la voce, offendere, insultare e recriminare.</p><p>Bisogna evitare che i figli siano spettatori passivi di uno scontro aggressivo tra i genitori, quindi, cercate di non farvi travolgere dalla rabbia e di esprimere il vostro stato d’animo senza esagerare. Se riuscite a confrontarvi in maniera civile, prendendo in considerazione il punto di vista dell’altro, senza sopraffare o mancare di rispetto l’altra persona, diventa anche un grande insegnamento per i figli.</p><p>2- <strong>TENETE FUORI I FIGLI DAI LITIGI</strong>. Cercate di non discutere di argomenti che riguardano i figli, in loro presenza, perché assistere alle divergenze dei genitori e pensare di esserne la causa, li fa soffrire molto: bisogna piuttosto parlarne in separata sede e arrivare ad un accordo educativo, possibilmente comune.</p><p>Un aspetto assolutamente da evitare è cercare l’alleanza del figlio contro l’altro genitore: è un comportamento che destabilizza completamente i figli, li mette nella posizione di scegliere con chi schierarsi, attivando in loro un forte senso di colpa e una frustrazione.</p><p>Solitamente questo accade alle coppie molto conflittuali o in fase di separazione, in cui i figli rischiano di assumere un ruolo che non gli spetta, si fanno carico dei problemi, diventano i confidenti e arrivano a fare i genitori dei loro stessi genitori, con conseguenze devastanti da un punto di vista psicologico.</p><p>3- <strong>NON LASCIATE IL CONFLITTO IN SOSPESO</strong>. Se il conflitto è avvenuto davanti ai figli, è fondamentale riconciliarsi in loro presenza, quindi, arrivare ad un punto e ad una riappacificazione.</p><p>Fare la pace e ristabilire un equilibrio davanti ai figli, permette di fargli capire come una divergenza sia normale nelle relazioni ma che dopo è possibile arrivare ad un chiarimento. Se poi avete ancora bisogno di confrontarvi o tornare sull’argomento, cercate di ritagliarvi un momento, ma in assenza dei figli.</p><p>4- <strong>NON SMINUITE L</strong><strong>’</strong><strong>ACCADUTO</strong>. Se non si riesce ad evitare una lite davanti ai figli, non fate finta di niente come se non fosse successo nulla: ciò che davvero è importante è non minimizzare il fatto che i figli abbiano assistito ad un momento spiacevole.</p><p>Bisogna riconoscere cosa è successo e ammettere l’errore di aver alzato troppo i toni, parlando con i bambini e i ragazzi e tranquillizzandoli su quanto accaduto.</p><p>Soprattutto se i figli sono piccoli, rassicurateli sul fatto che se anche si litiga poi si fa pace, mamma e papà si vogliono sempre bene e ne vogliono anche a loro.</p><p>5- <strong>PARLATE CON I FIGLI</strong>. Dopo la discussione, cercate di parlare con i figli, spiegando il senso di ciò che è accaduto, senza entrare troppo nel dettaglio della discussione o cercando di giustificarvi in qualche modo. I figli, anche se non sembra, si preoccupano ed è importante rassicurarli sul fatto che può capitare di litigare, che non è colpa loro e che se vogliono parlarne, se hanno dubbi e perplessità, voi siete lì disponibili a confrontarvi con loro. Nel caso in cui abbiate esagerato nei toni e nei modi, chiedetegli scusa, loro apprezzeranno il fatto che abbiate pensato a loro e al loro stato d’animo.</p><p>Dott.ssa Roberta Giurco</p>					</div>
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